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8月29日

L'allievo ripetente

 

di Marco Travaglio - 23 agosto 2008


Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di «mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia». Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga.

Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’ essere per questo che, quattro mesi fa, definì «eroe» Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono «matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana», perché «per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche», parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice «ammazzasentenze» che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente «i dioscuri» Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con «un livello di professionalità prossimo allo zero», chiamava Falcone «quel cretino» e «faccia da caciocavallo», aggiungeva «Io i morti li rispetto, ma certi morti no», «a me Falcone... non m’è mai piaciuto», poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e «fregare qualche mafioso».
Dev’essere per questo che ancora un mese fa i berluscones annidati nel Csm hanno votato per la nomina di un altro nemico giurato di Falcone, Alberto Di Pisa, come procuratore capo di Marsala contro il candidato designato dalla commissione, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone. Anziché rammentare allo Smemorato di Cologno questi semplici dati di fatto, politici e commentatori di chiara fama e fame si son subito avventurati nell’esegesi del pensiero di Falcone sulla separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale. Senz’accorgersi (o accorgendosi benissimo) che, scendendo sul suo terreno truffaldino, la danno vinta al premier.
Come hanno giustamente osservato la sorella Maria e Peppino Di Lello, che col giudice lavorò fianco a fianco nel pool, Falcone non chiese mai la separazione delle carriere né la fine dell’azione penale obbligatoria. Si limitò, senza indicare soluzioni, a porre il problema di una distinzione delle funzioni tra pm e giudici («comincia a farsi strada la consapevolezza che la carriera dei pm non può essere identica a quella del magistrati giudicante: investigatore l’uno, arbitro l’altro»), che fra l’altro oggi è già ipergarantita dalle ultime controriforme, e di una «visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale». Ma era il 1988 e non c’era ancora al governo un premier plurimputato, pluriprescritto e plurimpunito grazie a leggi da lui stesso varate. E, soprattutto, Falcone pose quei problemi per tutelare meglio l’indipendenza di tutta la magistratura dalla politica e l’efficacia dei processi (negli Usa l’azione penale discrezionale consente persino di garantire l’immunità ai mafiosi pentiti in cambio della collaborazione). Berlusconi pone gli stessi problemi, ma con tutt’altri scopi: non quelli di Falcone, ma quelli della P2, di cui era membro con tessera n.1816: mettere le procure e l’azione penale al guinzaglio del governo o comunque della politica.
E poi c’è un fatto che taglia la testa al toro: fino al 1989 Falcone era giudice istruttore, carriera giudicante. Poi fece domanda al Csm e passò alla requirente, cioè divenne pm, procuratore aggiunto a Palermo. Stesso percorso fece Borsellino, prima giudice, poi procuratore a Marsala, infine aggiunto a Palermo. Con le carriere separate, non avrebbero mai potuto. Di che parla, dunque, questo presunto allievo di Falcone? Prenda qualche ripetizione, possibilmente non da Dell’Utri, poi si ripresenti all’esame.
 
 
 

L'acqua non è una merce

 
Dal blog di Grillo:
 
Chi controlla i bisogni primari, controlla la società. PDL e PDmenoelle lo sanno bene. Senza acqua si muore, ma se l'acqua viene privatizzata i partiti vivono meglio. I concessionari sanno essere riconoscenti, voti, soldi, poltrone finanziati dal rincaro dell'acqua a carico dei cittadini.
Le liste civiche del blog avranno come punto fondamentale del loro programma l'acqua. Non si può privatizzare. Non è una merce, è un diritto. Come respirare, parlare, amare. Gesù trasformò l'acqua in vino, Veltrusconi la vuole trasformare in business. Beati gli assetati di giustizia perchè vedranno i ladri dell'acqua in galera. Loro non si arrenderanno mai, noi neppure.

"Caro Beppe,
nel cuore di questa estate torrida e di questa terra calabra, lavorando con i giovani nelle cooperative del vescovo Brigantini (Locride) e dell’Arca di Noè (Cosenza), mi giunge, come un fulmine a ciel sereno, la notizia che il governo Berlusconi sancisce la privatizzazione dell’acqua. Infatti il 5 agosto il Parlamento italiano ha votato l’articolo 23 bis del decreto legge numero 112 del ministro G. Tremonti che nel comma 1 afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell’economia capitalistica. Tutto questo con l’appoggio dell’opposizione, in particolare del PD, nella persona del suo corrispettivo ministro-ombra Lanzillotta. (Una decisione che mi indigna, ma non mi sorprende, vista la risposta dell’on.Veltroni alla lettera sull’acqua che gli avevo inviata durante le elezioni!).
Così il governo Berlusconi, con l’assenso dell’opposizione, ha decretato che l’Italia è oggi tra i paesi per i quali l’acqua è una merce.
Dopo questi anni di lotta contro la privatizzazione dell’acqua con tanti amici,con comitati locali e regionali, con il Forum e il Contratto Mondiale dell’ acqua ……queste notizie sono per me un pugno allo stomaco, che mi fa male. Questo è un tradimento da parte di tutti i partiti! Ancora più grave è il fatto, sottolineato dagli amici R.Lembo e R. Petrella, che il “Decreto modifica la natura stessa dello Stato e delle collettività territoriali. I Comuni, in particolare, non sono più dei soggetti pubblici territoriali responsabili dei beni comuni, ma diventano dei soggetti proprietari di beni competitivi in una logica di interessi privati, per cui il loro primo dovere è di garantire che i dividendi dell’impresa siano i più elevati nell’interesse delle finanze comunali.“ Ci stiamo facendo a pezzi anche la nostra Costituzione!
Concretamente cosa significa tutto questo? Ce lo rivelano le drammatiche notizie che ci pervengono da Aprilia (Latina) dimostrandoci quello che avviene quando l’acqua finisce in mano ai privati. Acqualatina, (Veolia, la più grande multinazionale dell’acqua ha il 46,5 % di azioni) che gestisce l’acqua di Aprilia, ha deciso nel 2005 di aumentare le bollette del 300%! Oltre quattromila famiglie da quell’anno, si rifiutano di pagare le bollette ad Acqualatina, pagandole invece al Comune. Una lotta lunga e dura di resistenza quella degli amici di Aprilia contro Acqualatina! Ora, nel cuore dell’estate, Acqualatina manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori o ridurre il flusso dell’acqua. Tutto questo con l’avallo del Comune e della provincia di Latina! L’obiettivo? Costringere chi contesta ad andare allo sportello di Acqualatina per pagare. E’ una resistenza eroica e impari questa di Aprilia: la gente si sente abbandonata a se stessa. Non possiamo lasciarli soli!
L’ estate porta brutte notizie anche dalla mia Napoli e dalla regione Campania. L’assessore al Bilancio del Comune di Napoli, Cardillo, lancia una proposta che diventerà operativa nel gennaio 2009. L’ Arin, la municipalizzata dell’acqua del Comune di Napoli, diventerà una multi-servizi che includerà Napoligas e una compagnia per le energie rinnovabili.Per far digerire la pillola, Cardillo promette una “Robintax” per i poveri (tariffe più basse per le classi deboli). Con la privatizzazione dell’acqua si creano necessariamente cittadini di seria A (i ricchi ) e di serie B (i poveri), come sostiene l’economista M.Florio dell’Università degli studi di Milano.
Sono brutte notizie queste per tutto il movimento napoletano che nel 2006 aveva costretto 136 comuni di ATO 2 a ritornare sui propri passi e a proclamare l’acqua come bene comune. Invece dell’acqua pubblica, l’assessore Cardillo sta forse preparando un bel bocconcino per A2A (la multiservizi di Brescia e Milano) o per Veolia, qualora prendessero in mano la gestione dei rifiuti campani? Sarebbe il grande trionfo a Napoli dei potentati economico-finanziari.
A questo bisogna aggiungere la grave notizia che a Castellamare di Stabia (un comune di centomila abitanti della provincia di Napoli ), 67 mila persone hanno ricevuto, per la prima volta, le bollette dalla Gori, (una SPA di cui il 46% delle azioni è di proprietà dell’Acea di Roma).Questo in barba alle decisioni del Consiglio Comunale e dei cittadini che da anni si battono contro la Gori, che ormai ha messo le mani sui 76 Comuni Vesuviani (da Nola a Sorrento).
“Non pagate le bollette dell’acqua!”, è l’invito del Comitato locale alle famiglie di Castellamare. Sarà anche qui una lotta lunga e difficile, come quella di Aprilia. Mi sento profondamente ferito e tradito da queste notizie che mi giungono un po’ dappertutto.Mi chiedo amareggiato:” Ma dov’è finita quella grossa spinta contro la privatizzazione dell’acqua che ha portato alla raccolta di 400 mila firme di appoggio alla Legge di iniziativa popolare sull’acqua?
Ma cosa succede in questo nostro paese? Perchè siamo così immobili? Perchè ci è così difficile fare causa comune con tutte le lotte locali, rinchiudendoci nei nostri territori? Perché il Forum dell’acqua non lancia una campagna su internet, per inviare migliaia di sollecitazioni alla Commissione Ambiente della Camera dove dorme la Legge di iniziativa popolare sull’acqua? Non è giunto il momento di appellarsi ai parlamentari di tutti i partiti per far passare in Parlamento una legge-quadro sull’acqua?
Dobbiamo darci tutti una mossa per realizzare il sogno che ci accompagna e cioè che l’acqua è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestita dalle comunità locali con totale capitale pubblico, al minor costo possibile per l’utente,senza essere SPA. “L’acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne “illecito”profitto- ha scritto l’arcivescovo emerito di Messina G. Marra.Pertanto si chiede che venga gestita esclusivamente dai Comuni organizzati in società pubblica, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso possibile.”
Quando ascolteremo parole del genere dalla Conferenza Episcopale Italiana? Quand’è che prenderà posizione su un problema che vuole dire vita o morte per le nostre classi deboli, ma soprattutto per gli impoveriti del mondo? (Avremo milioni di morti per sete!).
E’ quanto ha affermato nel mezzo di questa estate, il 16 luglio, il Papa Benedetto XVI:” Riguardo al diritto all’acqua, si deve sottolineare anche che si tratta di un diritto che ha un proprio fondamento nella dignità umana .Da questa prospettiva bisogna esaminare attentamente gli atteggiamenti di coloro che considerano e trattano l’acqua unicamente come bene economico.” Quand’è che i nostri vescovi ne trarranno le dovute conseguenze per il nostro paese e coinvolgeranno tutte le parrocchie in un grande movimento in difesa dell’acqua? L’acqua è vita. “L’acqua è sacra, non solo perché è prezioso dono del Creatore- ha scritto recentemente il vescovo di Caserta, Nogaro – ma perché è sacra ogni persona, ogni uomo, ogni donna della terra fatta a immagine di Dio che dall’acqua trae esistenza, energia e vita.”
Sull’acqua ci giochiamo tutto!
Partendo dal basso, dalle lotte in difesa dell’acqua a livello locale, dobbiamo ripartire in un grande movimento che obblighi il nostro Parlamento a proclamare che l’acqua non è una merce, ma un diritto di tutti. Diamoci da fare perché vinca la vita!". padre Alex Zanotelli
 
 
8月23日

Quem vult perdere

 
 Maurizio Blondet         20 agosto 2008
 
La  NATO rimprovera la Russia per la Georgia e minaccia misure. «Niente sarà più come prima tra NATO e Russia», dicono i nostri, tracotanti. Mosca risponde: se la NATO punirà la Russia, la Russia punirà la NATO. Visto che i nostri «governanti» europei ci hanno messo come cittadini su questa rotta (di collisione) sarà il caso i vedere i rapporti di forze in campo, la potenza militare e lo spirito combattivo della frazione europea del cosidetto atlantismo.
Dieci soldati francesi in Afghanistan sono stati uccisi in un attentato, ed è una tragedia nazionale. La Francia, nella prima guerra mondiale sprecò, se non erro, 1,6 milioni di francesi per battere la Germania: evidentemente era una guerra che le interessava; come sempre, solo le guerre civili europee scaldano noi europei. Adesso per dieci soldati morti e 22 feriti, tutti i giornali francesi ripetono che la guerra in Afghanistan è perduta sul piano militare, e che la sola cosa da fare è giungere a un accordo coi talebani, ossia farli partecipare ad un governo di coalizione con Karzai.
Tutto ciò è vero e giusto, e magari era il caso di spiegarlo prima ai cittadini, molto prima. Ma allora perché noi europei restiamo in Afghanistan? Perché lo ordina Washington, che sta perdendo anche quella guerra come ha già perso in Vietnam; e quando avrà definitivamente perso in Afghanistan, gli USA - come fecero dopo il Vietnam - si ritireranno nei loro confini per qualche decennio, a leccarsi le ferite e a farsi il bidet all’anima, obbligando noi, gli alleati, a bere l’acqua sporca, come diceva Churchill.
Per sapere quanto conviene farsi servi degli Stati Uniti, chiedete al generale Musharraf: dieci anni di «alleanza», 70 mila soldati pakistani impegnati in operazioni sanguinosissime contro i pashtun delle aree tribali, migliaia di morti, ed ora i padroni gli danno il benservito, forse nemmeno gli concederanno asilo in America.
Vediamo ora l’altra parte. L’armata russa, in una sola settimana di combattimenti in Georgia, ha perso sicuramente piu di 200 uomini, diverse decine di carri armai, un certo numero di aerei da caccia. E tuttavia, la popolazione russa è tutta a favore della reazione russa contro Saakashvili e il suo regime khazaro, l’armata russa è ancora intatta e ben decisa a non cedere. In una parola, per la Russia, quel conflitto risponde ad un chiaro ed evidente interesse nazionale, profondamente sentito, per cui sa che val la pena di spendere giovane sangue russo.
 
Per noi europei, la difesa della Georgia configura un interesse nazionale altrettanto chiaro e sentito? Più che mantenere la presa occidentale sull’Afghanistan? Siamo disposti a spendere più di dieci soldati che ci paiono troppi per Kabul? Proviamo a risponderci.
L’occupazione dell’Afghanistan ha un carattere estremamente ambiguo: come opinione pubblica, non sappiamo nemmeno perché siamo lì coi nostri soldati. Non è colpa nostra: i «governanti» non ce l’hanno mai detto, salvo che non accettiamo come spiegazione che siamo andati là a liberare le donne dal chador.
La verità, è che il motivo è inconfessabile: siamo andati là, ormai sette anni fa, per garantire il posizionamento di un oleodotto destinato a portare il greggio del Caspio ai mari caldi, senza passare per l’Iran e per gli oleodotti russi.
Per la Georgia, il motivo è analogo: la Georgia democratica è stata creata ex-nihilo per farvi passare i tubi del Baku-Tbilisi-Ceyhan, che porta il gas e petrolio alla Turchia, e da lì in Israle. Ci interessa come europei? No. Noi, un quarto del nostro petrolio e gas lo riceviamo dalla Russia, con cui abbiamo linee di rifornimento fisse e stabili.
Ci sentiamo replicare: appunto, noi dipendiamo «troppo» dalla Russia, l’Europa deve diversificare le sue fonti. Dipendere un po' meno dalla Russia e un po' più dai khazari e dai loro protettorati: cosa ci guadagniamo? La necessità di diversificare le fonti, del resto, non si pone se non assumiamo atteggiamenti ostili verso la Russia; atteggiamenti che, come europei, non abbiamo nessun motivo ragionevole di assumere.
Ma come membri della NATO, noi ci inimichiamo Mosca. La Merkel ha minacciato a nome nostro di accelerare l’entrata della Georgia e dellUcraina nell’Alleanza Atlantica. Qui, bisogna esser chiari.
Nella NATO abbiamo già la Polonia, che è un Paese militarmente indifendibile: nella storia, la Polonia - priva di difese naturali, senza mai un vero esercito adeguato - è stata sempre invasa ad libitum, da Est e da Ovest, e non ha mai potuto resistere. L’Ucraina, con le sue immense pianure, è parimenti indifendibile; la Georgia, così lontana, lo è ancor meno.
Con questi Paesi nella NATO, guidati per di più da fantocci arroganti e avventuristi, saremo chiamati a difendere tre Paesi indifendibili in un’area vastissima, su linee di comunicazione a noi sfavorevoli, contro il nostro fornitore energetico principale.
I luoghi si prestano a splendide battaglie di cingolati, come quelle combattute fra tedeschi e sovietici negli anni '40. Le dovremo combattere senza carburante, perché quello, oggi, lo riceviamo dalla Russia. Sarà un problema. Ma è nulla, se siamo animati dalla voglia di vittoria, da un alto spirito combattivo.
Quante divsioni Folgore, quanti corpi d’armata siamo disposti a gettare nel carnaio? Quanti dei nostri figli con telefonino, doccia quotidiana, e necessità di discoteca, merendine e cocaina. Mourir pour Tbilisi? Mourir pour Kiev?
Ci stanno mettendo su questa strada, e non ce dicono il perché. Le guerre di cui non si possono confessare i motivi sono perse in anticipo.
Se non scendiamo in piazza, noi italiani, a milioni contro l’entrata di Kartulia e di Kiev nella NATO, vuol dire che ci si applica il detto romano: «Quem vult perdere, deus amentat». A chi vuol mandare in rovina, Dio toglie prima la ragione.

 
 

Obbligatorietà dell'azione penale

 
Dal blog di Di Pietro:
 

I senatori del governo e dell’opposizione di facciata si sono riuniti e, in seguito ad un colpo di sole estivo, hanno partorito l'Atto di Sindacato Ispettivo che esprime in misura molto chiara la volontà di riformare la giustizia piegandola al controllo politico. Non lo affermo solo io, ma anche Bruno Tinti, procuratore aggiunto presso la Procura di Torino e autore del libro "Toghe rotte" (link).
Nell'articolo, pubblicato sull'Unità di ieri, Bruno Tinti spiega in pochi punti come l'abolizione dell'obbligatorietà penale sia un errore clamoroso che può portare a interpretazioni locali della giustizia e a pesanti interferenze politiche sulla scelta dei reati da perseguire.

L’autore evidenzia inoltre una serie di riforme della giustizia per rendere la macchina più efficente con risorse già esistenti ed evitando clamorosi colpi di spugna. Una democrazia non può esistere se la Giustizia è sotto il controllo dell’Esecutivo.

Riporto l'articolo di Bruno Tinti dal titolo "Giustizia, che cosa fare subito".

"Il 29 luglio alcuni senatori del PdL e del PD hanno partorito l’ "Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00019", contenente una somma di proposte in materia di giustizia che, con lodevole eufemismo, possono dirsi poco condivisibili. Qui ne commento una.

La pattuglia mista inviata in missione esplorativa propone: "a) l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, con la previsione di un procedimento per la fissazione dei criteri per l’uso dei mezzi di indagine e per l’esercizio dell’azione penale nonché di un procedimento che veda la partecipazione dei pubblici ministeri e di altri soggetti istituzionali e che individui un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo;".

Detta così, c’è da essere ragionevolmente sicuri che i cittadini non capiscano nemmeno di cosa si stia parlando; proviamo a tradurre.

Obbligatorietà dell’azione penale significa: ogni volta che viene scoperto un reato si deve processare chi viene sospettato di averlo commesso. Il suo contrario è appunto la non obbligatorietà dell’azione penale: non per tutti i reati scoperti si debbono fare processi ma solo per alcuni. È un po’ come dire che, se uno abita in una grande casa, può decidere di pulire tutte le stanze; oppure di pulirne solo una parte.

Ma perché si dovrebbe fare una cosa del genere? È ovvio che è più bello e salubre vivere in una casa pulitissima piuttosto che in una pulita solo a metà. La risposta è ovvia: perché non si hanno abbastanza domestici per pulirla tutta; oppure si hanno domestici pigri e fannulloni; oppure di alcune stanze non si ha proprio bisogno ed è inutile pulirle. Così si debbono prendere delle decisioni: assumere più domestici (ma magari non me lo posso permettere); licenziare quelli pigri (è inutile, sono uno peggio dell’altro); traslocare in una casa più piccola (non ce ne sono o mi dispiace). E allora mi tocca lasciare alcune stanze sempre sporche, non c’è niente da fare.

Quindi, tornando alla giustizia, si può anche decidere di non fare tutti i processi che si dovrebbero fare e mandare impuniti un sacco di delinquenti; se le risorse non ci sono c’è poco da fare. Ma prima bisognerebbe vedere se questo è proprio vero; se, in realtà, prima di garantire l’immunità (parola ormai sdoganata da apposito provvedimento legislativo) a chi delinque, non sia possibile trovare altre risorse o usare bene quelle che ci sono. Ciò perché la non obbligatorietà dell’azione penale ha dei costi non da poco. A parte l’immoralità di non perseguire chi ha commesso un reato, che si traduce anche in un messaggio criminogeno nei confronti dei cittadini (commettete pure reati, tanto non vi facciamo niente); c’è un problema difficile da risolvere: chi sceglie quali reati perseguire e quali no?

Le soluzioni praticabili sono due: il fai da te e il lascia fare al legislatore. Che vuol dire, nel primo caso, che ogni procura della repubblica decide quali reati privilegiare e quali lasciar perdere; e, nel secondo caso, che il Parlamento (o magari addirittura il Governo, così si perde meno tempo in discussioni inutili) stabilisce quali processi si debbono fare e quali no.

La prima soluzione è certamente sbagliata: magari in Sardegna il reato più frequente e grave (nel senso che dà origine a faide sanguinose ed infinite) è l’abigeato (sarebbe il furto di bestiame); e al Nord ci si dedica con entusiasmo al falso in bilancio e alla frode fiscale; e magari al Centro e al Sud predominano corruzione e abusi d’ufficio. Che si fa? Il codice penale applicato a macchia di leopardo? E se poi un procuratore sardo arriva a Milano e si mette in testa che, anche lì, l’abigeato è una realtà criminosa gravissima? Chi lo controlla? Anzi, chi li controlla tutti questi procuratori dotati di un potere così grande di cui però non rispondono a nessuno?

Insomma questa strada è sicuramente sbagliata.

La seconda è assai peggiore. Che succederebbe nel nostro Paese se fosse la politica a stabilire quali reati vanno perseguiti e quali no? Non a caso ho usato il termine "politica" per indicare l’assetto organizzativo cui allude l’ "Atto di Sindacato Ispettivo" della pattuglia di senatori in servizio estivo. Perché, sia il "procedimento per la fissazione dei criteri per l’uso dei mezzi di indagine e per l’esercizio dell’azione penale" sia il "procedimento …. per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo" hanno una caratteristica: l’individuazione, quale boss di tutto il procedimento, di "un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento". Dunque una scelta politica dei reati da perseguire e di quelli da lasciar perdere.

Bene. Qualcuno ha dei dubbi sulla categoria nella quale sarebbero alloggiati i reati di falso in bilancio e gli altri reati societari? O quelli di frode fiscale? O quelli di corruzione? O quelli di abuso edilizio? O quelli di abuso di ufficio? Mi viene in mente anche il reato di finanziamento illecito dei partiti politici ma quasi non lo scrivo perché mi viene da ridere.

Insomma voglio dire che affidare alla classe politica la scelta dei reati da non perseguire produrrebbe in automatico una lista dei reati tipici della classe politica stessa.

Sicché si vede bene che abbandonare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale (puliamo tutta la casa) e adottare quello della non obbligatorietà (ne puliamo solo alcune stanze) è una scelta complicata. E però può anche darsi che sia necessaria. Ma allora prima vediamolo, se è proprio necessaria.

Il processo penale è lunghissimo (troppo dice, con ragione, la pattuglia di senatori). Allora rendiamolo più corto. Ci avete provato? Avete nominato i giudici necessari, bandendo i relativi concorsi (sono scoperti circa 1500 posti)? No, vero? Avete assunto il personale amministrativo che manca (il 30 % dei funzionari amministrativi)? No, vero? Avete comprato computer, stampanti, fotocopiatrici, autovetture, sistemi informatici moderni, insomma quello che serve per lavorare? No, vero? Allora perché, prima di lasciare sporca metà della casa, non provate a procurarvi le risorse necessarie per tenerla pulita tutta?

Ma perché, mi pare di sentirli, mica viviamo nel paese dei puffi, noi tutti questi soldi non li abbiamo. E magari hanno ragione. Allora proviamo con le soluzioni che non costano niente.

Avete ridisegnato le circoscrizioni giudiziarie e abolito più o meno la metà dei tribunali e delle procure italiane? Anche questo no, eh? Eppure lo sapete che otterreste un sacco di risorse in più per far funzionare quelli che restano e che risparmiereste anche un sacco di soldi. Eh, ma come si fa con gli amministratori locali, compagni di partito che non ne vogliono sapere di far perdere alla loro città il tribunale; magari perdono qualche voto… E gli avvocati delle piccole città dove li mettiamo, anche loro sono elettori. Mi rendo conto…

Avete previsto un diverso regime delle notifiche, per esempio l’obbligo per ogni avvocato di avere un indirizzo e-mail e la validità delle notifiche effettuate in questo modo (così si risparmiano gli ufficiali giudiziari)?

Avete previsto l’obbligo per ogni imputato di eleggere domicilio presso il suo avvocato? Così non dobbiamo fare i salti mortali per trovarlo ogni volta e rinviare il relativo processo.

Avete previsto l’abolizione del processo d’appello (per tutti, non solo in caso di appello del pubblico ministero; che diamine, accusa e difesa con pari diritti, lo dite sempre). Eppure dovreste sapere che nella maggior parte dei Paesi occidentali (che vengono sempre portati ad esempio, in genere a sproposito, quando conviene) il processo d’appello non esiste.

Avete previsto la depenalizzazione di quei reati che potrebbero essere puniti con una multa ad opera di Vigili Urbani, ASL, Ufficio delle Imposte, INPS etc. (dalla sosta con il tagliando falsificato all’omesso versamento delle ritenute INPS)?

Avete previsto una delle decine di riforme che qualsiasi magistrato è in grado di indicarvi, che non costerebbero niente, farebbero risparmiare soldi e renderebbero celere il processo? Dimenticavo, senza toccare le garanzie difensive, per carità, siamai che un colpevole abbia meno chances di scamparla. Ma certo che non avete fatto nulla di tutto questo.

Allora perché decidere di lasciare metà della casa sporca senza prima sbattersi per vedere come è possibile tenerla pulita? Sarà che, in quelle stanze buie e non frequentate, qualcuno ci si troverà bene?"

 

Opposizione di facciata

 

Dal blog di Di Pietro

Ho letto che la petizione lanciata dal Partito Democratico ha raggiunto un milione di firme. E' una petizione che in apparenza dice tutto, ma che in pratica non serve a niente, perché resteranno firme inutili, sulla carta, che Berlusconi non si degnerà nemmeno di prendere in considerazione.

Sono amareggiato con il PD e con Walter Veltroni. Non capisco come possa vantarsi del milione di firme quando ne erano sufficienti 500 mila per mettere Berlusconi con le spalle al muro e abrogare la legge "Salva Premier". Il governo sarebbe stato in discussione sul piano morale, su quello del conflitto d´interessi, e sarebbe stata evidente a tutti l’anomalia di un signore che fa le leggi per non farsi processare. Mi spiace constatare che ci sono due opposizioni: una fatta solo di parole e una vera, che cerca di agire con i fatti.

Non si può rimanere nell’immobilismo. Sia chiaro, non abbiamo bisogno di aiuti, ce la faremo da soli, con l’aiuto dei cittadini. Lanceremo il referendum contro il lodo Alfano il 12, 13 e 14 settembre alla festa di Vasto. L’Italia dei Valori rispetta i propri impegni con gli italiani. Questa è la differenza, sostanziale, tra noi e il Partito Democratico: loro raccolgono firme inutili con un’operazione di facciata, noi, invece, facciamo opposizione vera.

 

 

 
8月22日

Dopo le api, le ostriche

 
Maurizio Blondet     16 agosto 2008  
 
Sulla Manica, il 40% delle ostriche «giovani» (di 18 mesi) sono morte. Quanto alle larve di 12 mesi («naissans» nel gergo degli ostricari francesi) la perdita si calcola all’85%. Ciò significa che questo Natale - tradizionale periodo della scorpacciata - sarà l’ultimo in cui si potranno mangiare le ostriche, perchè solo le più mature sono sopravvissute.
Nel 2009 ci saranno due volte meno di ostriche del normale, e nel 2010 praticamente nessuna. Per i 15 mila allevatori della Bassa Normandia, che producono di solito 130 mila tonnellate d’ostriche, per 266 milioni di euro nel 2006, è la casastrofe.
Disoccupazione certa per i lavoratori fissi e già in atto per gli stagionali, incaricati di «scuotere» e rovesciare le «tasche» colme di ostriche in crescita nei cosiddetti «parchi», gli specchi d’acqua tranquilla dedicati a questa coltivazione di lusso.
L’Institut français de recherche pour l'exploitation de la mer (Ifremer), ha mandato d’urgenza i suoi esperti per studiare l’ecatombe e i rimedi posssibili. Apparentemente, gli specialisti si orientano a pensare all’opera di un virus, denominato OsHN-1, reso più virulento dal cambiameno climatico. Altri accusano la temperatura, alta in modo anomalo, dell'acqua. Altri ancora accusano la eutrofizzazione delle acque, che sottrae ossigeno ai molluschi. La verità - tragica - è che nessuno sa veramente cosa sia successo, e come rimediare. Si ripete quel che è già successo alle api, decimate in USA ed in Europa da una misteriosa malattia. Solo, colpisce la rapidità della strage.
«E’ accaduto in due giorni», dice Françoise Leroux, ostricultrice a Blainville, nella Bassa Normandia: «Lunedì 30 giugno ho rivoltato le tasche delle larve, ed erano tutte vive; mercoledì 2 luglio, ho trovato le ostiche in posizione verticale e aperte». Due giorni.
Qualcosa del genere era avvenuto anche negli anni '70, quando l’ostrica piatta portoghese, coltivata allora, era stata distrutta da un agente patogeno. Fu sostituita dall’ostrica cava giapponese, che ora copre il 99% della produzione francese; a quanto pare, ora è questa a subire lo sterminio.
Qualche ostricultore ammette che il bacino dlela Bassa Normandia, relativamente nuovo a questo allevamento, s’è sviluppato troppo velocemente e troppo densamente, fino a raggiungere la produzione del sito storico delle ostriche, nel Poitu-Charentes.
C’è chi sospetta dei moderni metodi: un tempo le larve di ostriche erano prese in natura sulla costa atlantica, oggi sono coltivate fin dall’inizio nelle «ecloseries», sorta di giardini d’infanzia per molluschi, ma sovraffollati. Qualcuno confessa di aver riempito troppo le «tasche» immerse, a rischio di una trasmissione più facile delle malattie.
Insomma, il motivo di fondo è quello stesso che mette a rischio l’agricoltura: la monocultura artificiale ed intensiva. E l’uso eccessivo di fertilizzanti. Sparsi eccessivamente sui campi, finiscono in mare dilavati dalle piogge e stimolano la crescita abnorme di alghe - le quali consumano tutto l’ossigeno, lasciandone poco agli altri viventi.
Proprio nel numero del 15 agosto la rivista Science ha elencato oltre 400 zone costiere soffocate da fertilizzanti e rifiuti industriali, dove il mare è ormai un deserto. Il numero delle «zone morte» è raddoppiato ogni decennio dagli anni '60.
Fortunatamente, questo effetto sembra essere reversibile: la rinuncia ai fertilizzanti in certe aree dell’ex Unione Sovietica ha portato abbastanza rapidamente ad una ri-ossigenazione delle acque.
L’Istituto nazionale agrario francese raccomanda di «diminuire l’utilizzo di concimi chimici e di fitosanitari», ciò che si può fare senza penalizzare i rendimenti. La FAO riconosce che, almeno in Europa occidentale, si è coscienti del problema e che nei quattro anni prossimi la quantità di fertilizzanti usata dovrebbe diminuire. Ma non nel resto del mondo.
(Fonte: Le Monde, 16 agosto 2008)
 
http://www.effedieffe.com/content/view/4175/171/
 
 

La nicotina e la morte delle api

 
Dal blog di Grillo:
 
Se vedete un’ape che muore, preoccupatevi. Albert Einstein disse: “Se l’ape scomparisse, all’uomo resterebbero quattro anni di vita”.
Le api producono miele, pere, mele, pomodori, trifoglio, erba medica, latte, carne. Trasportano il polline e trasformano il mondo in cibo. Le api, un bioindicatore dell’ambiente, sono una specie a rischio. Oggi loro, domani noi. Il Guardian nell’articolo “Honeybee deaths reaching crisis point” riporta che un terzo dei 240.000 alveari britannici è scomparso durante l’inverno e la primavera. Il ministro inglese Rooker ha dichiarato che, se non cambierà nulla, entro dieci anni non ci sarà più un’ape nell’isola. Le api contribuiscono all’economia britannica per 165 milioni di sterline all’anno per la produzione di frutta e verdura. Oltre al miele naturalmente. La Honey Association prevede che il miele locale sarà finito in Gran Bretagna entro Natale. Riapparirà sulle tavole soltanto nell’estate del 2009.
La crisi è mondiale. Il maggior produttore di miele è l’Argentina che ha ridotto del 27% le sue 75.000 tonnellate annue. Negli Stati Uniti (-25% degli alveari nel 2008) e nel resto del mondo le api ci stanno lasciando. In Italia è una strage. Nel 2007 sono morte il 50% delle api, persi 200.000 alveari e 250 milioni di euro nel settore agricolo. Ma non è una priorità. Gli inutili soldati nelle strade, il bavaglio alla Giustizia con la separazione delle carriere, le impronte ai bambini Rom, il lodo Alfano per la messa in sicurezza della banda dei quattro, gli inceneritori della Impregilo. Queste sono priorità!
Perché le api muoiono? Per l’ambiente, il clima, la varoa (un acaro), i pascoli trasformati in coltivazioni di soia per i biocarburanti, per i pesticidi, l’inquinamento dei corsi d’acqua. Gli alveari si spopolano per il fenomeno del CCD (Colony Collapse Disorder) perché la razza umana sta avvelenando il mondo.
Qualcosa in Italia si può fare e subito. Vietare l’uso dei pesticidi nicotinoidi. In Francia lo hanno già fatto. Sulle api hanno l’effetto della nicotina. Gli fanno perdere il senso dell’orientamento, non riescono a ritornare nell’alveare e muoiono.
Chi usa o produce un pesticida nicotiniode mette a rischio, oltre alle api, anche la nostra sopravvivenza. Datemi una mano, inserite nei commenti di questo post informazioni sui produttori, sugli utilizzatori, sulle conseguenze sull’ambiente.
Chi avvelena un’ape, avvelena anche te.
 
 
8月19日

A te

 
Dedicato a mia figlia
 
A te che sei l’unica al mondo
L’unica ragione per arrivare fino in fondo
Ad ogni mio respiro
Quando ti guardo
Dopo un giorno pieno di parole
Senza che tu mi dica niente
Tutto si fa chiaro
A te che mi hai trovato
All’ angolo coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi
Con gli occhi bassi
Stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto come un gatto
E mi hai portato con te
A te io canto una canzone
Perché non ho altro
Niente di meglio da offrirti
Di tutto quello che ho
Prendi il mio tempo
E la magia
Che con un solo salto
Ci fa volare dentro all’aria
Come bollicine
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che io
Ti ho visto piangere nella mia mano
Fragile che potevo ucciderti
Stringendoti un po’
E poi ti ho visto
Con la forza di un aeroplano
Prendere in mano la tua vita
E trascinarla in salvo
A te che mi hai insegnato i sogni
E l’arte dell’avventura
A te che credi nel coraggio
E anche nella paura
A te che sei la miglior cosa
Che mi sia successa
A te che cambi tutti i giorni
E resti sempre la stessa
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che non ti piaci mai
E sei una meraviglia
Le forze della natura si concentrano in te
Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che sei l’unica amica
Che io posso avere
L’unico amore che vorrei
Se io non ti avessi con me
a te che hai reso la mia vita bella da morire, che riesci a render la fatica un immenso piacere,
a te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande,
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più,
a te che hai dato senso al tempo senza misurarlo,
a te che sei il mio amore grande ed il mio grande amore,
a te che sei, semplicemente sei, sostanza dei giorni miei, sostanza dei sogni miei...
e a te che sei, semplicemente sei, compagna dei giorni miei...sostanza dei sogni...
 
8月18日

Corre, corre la locomotiva …

 
Dal blog di Grillo:
 

Dante De Angelis, ferroviere, è stato licenziato per aver espresso la sua opinione sugli incidenti ai treni Eurostar. Due si sono spezzati in pochi giorni, il 14 e il 22 luglio, a Milano. Per mancanza di manutenzione e per usura secondo De Angelis, per errore di manovra da parte del personale secondo Trenitalia.

Dante è un Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Era già stato licenziato nel 2006 per ver sottolineato l’insicurezza dei treni e reintegrato dopo sette mesi passati senza stipendio. Il giorno di Ferragosto è stato allontanato dal posto di lavoro, senza aver ricevuto neppure una lettera di licenziamento. Un trattamento che non si riserva neppure ai cani rabbiosi. Giancarlo Cimoli e Elio Catania che hanno contribuito all’attuale situazione delle Ferrovie dello Stato sono stati allontanati con milioni di euro di buonuscita (Perché cari politici? Perché?). Dante con un calcio nel culo.

La rivista storica dei macchinisti “Ancora In Marcia!” ha scritto: ''Il licenziamento di De Angelis assume i contorni di una sorta di rivalsa da parte dei massimi dirigenti FS sottoposti a procedimenti penali proprio a seguito delle denunce dei RLS”. La Segreteria Generale del SAP, il Sindacato Autonomo di Polizia, con numerosi iscritti tra gli agenti della Polizia Ferroviaria è dello stesso parere: “Anche a nome degli oltre 5.000 operatori della Polizia Ferroviaria che ogni giorno sono in servizio sui treni e nelle stazioni per garantire la sicurezza ai cittadini che viaggiano, esprimiamo solidarietà piena al macchinista e RLS Dante De Angelis che ha denunciato i problemi legati alla rottura degli Eurostar e alla manutenzione. I problemi legati alla sicurezza dei convogli e alla manutenzione sono noti anche agli operatori della Polizia di Stato che i treni li frequentano per servizio e del resto alcune inchieste, portate avanti da autorevoli giornali, confermano che problemi esistono. Anche la magistratura, a quel che ci risulta, sta indagando su alcuni recenti incidenti".

Intanto, mentre Dante viene licenziato, un altro treno, il terzo in un mese si è spezzato in due. Un merci in una galleria vicino a Salerno. Quindici rappresentanti RLS hanno denunciato il fatto. Si aspetta anche il loro licenziamento da parte dell’ex sindacalista burro e cacao Mauro Moretti, oggi amministratore delegato di FS.

De Angelis non può essere licenziato per aver messo in dubbio la sicurezza degli Eurostar, fa il suo mestiere. Il blog sosterrà il reintegro immediato di Dante in Trenitalia, i passeggeri hanno bisogno di gente come lui, che pensa alla loro incolumità e non alla poltrona. Il blog, inoltre, si occuperà dei treni ad alta velocità e dei procedimenti penali contro i vertici delle Fs.

“Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva…”

Allegato: Contestazione disciplinare a Dante De Angelis e la sua risposta a Trenitalia

 


 

I mantenuti autonomi

 
Dal blog di Grillo:
 
Chi varca i confini che separano il Piemonte e il Veneto dalla Valle d’Aosta e dalla Provincia autonoma di Trento ha l’impressione di cambiare Stato. Di entrare in Francia o in Austria. Tutto è più bello. Più ordinato, più ricco. Il merito è degli schei, dei danèe, delle palanche. Le Regioni a Statuto Speciale hanno diritto a entrate tributarie che le altre Regioni si sognano. Gli effetti benefici si vedono sul tenore di vita degli abitanti (autonomi), tranne che per la Sicilia dove c’è la trattenuta alla fonte della Mafia. Vuoi un mutuo per la casa agevolato? C’è la Regione. L’autostrada gratis? C’è la Regione. La benzina con lo sconto? C’è la Regione.
In Italia alcune aree geografiche sono più uguali delle altre con i soldi delle altre. Il Friuli Venezia Giulia riceve quattro miliardi di euro all’anno. La Provincia di Bolzano tre miliardi e ottocento milioni. La Sardegna sei miliardi. La Valle d’Aosta un miliardo e trecento milioni per 125 mila abitanti. La Sicilia 11 miliardi e trecento milioni. La Provincia di Trento tre miliardi e mezzo. Se la legge è, o dovrebbe essere, uguale per tutti i cittadini italiani, lo stesso dovrebbe valere anche per il trattamento fiscale. Se nasco a Mondovì, Piemonte, devo avere gli stessi servizi di chi nasce a Arnad, Valle d’Aosta.
I paesi confinanti con le Regioni del Bengodi vogliono farsi annettere, succede in Veneto e in Piemonte. I cittadini aspiranti autonomi tengono referendum consultivi. Vogliono farsi mantenere un po’ anche loro.
Per ogni su c’è sempre un giù e per ogni Regione a statuto speciale c’è almeno una Regione a statuto subnormale. E’quella che caccia l’euro per gli altri e ha servizi da terzo mondo.
8月13日

Georgia: ha perso Israele

 Maurizio Blondet         11 agosto 2008
 
Un «mercenario americano» sarebbe stato catturato nell’Ossezia del Sud mentre combatteva per i georgiani in qualità di «istruttore». Lo riporta la radio locale Osetinskoe Radio, che precisa: l’uomo faceva parte di un gruppo di stranieri armati catturati vicino al villaggio di Zar, che si trova lungo quella che gli osseti russofoni considerano «la via della vita», perchè vi passano i rifornimenti dalla Russia. Il personaggio catturato sarebbe pure negro, e sarebbe stato portato a Vladikavkaz «per accertamenti sui motivi della sua permanenza in Ossezia».
La notizia non è controllata. Ma viene fra molte informazioni che confermano la presenza di combattenti stranieri. Secondo Eduard Kokoity, «presidente» della Sud-Ossezia citato dall’agenzia russa RIA, «dopo i combattimenti abbiamo trovato numerosi cadaveri di cittadini baltici ed ucraini; in seguito sono stato informato che corpi di diversi negri sono stati trovati sulla scena della battaglia presso la scuola numero 12» (1).
In attesa di conferme, ce n’è già più d’una da parte giudeo-occidentale. Il giorno 8 agosto, quando i kartuli sono partiti all’attacco convinti di una rapida vittoria sugli osseti, il ministro georgiano Temur Yakobashvili, che è ebreo come indica il suo nome («figlio di Yakov»), e parla un ebraico fluente, esultava pubblicamente: «Gli israeliani devono essere fieri dell’addestramento che hanno dato ai soldati georgiani... Ora speriamo nell’assistenza della Casa Bianca, perchè la Georgia non può vincere da sola».
Ancor più chiaramente l’agenzia israeliana Debka (un noto centro di disinformazione del Mossad), lo stesso giorno, sicura della vittoria, annunciava: «Cingolati e fanteria georgiani, aiutati da istruttori militari israeliani, nella mattinata hanno conquistato la capitale della Sud-Ossezia secessionista, Tskhinvali». E, citando «le sue esclusive fonti militari» era in grado di spiegare quale sia «l’ìnteresse di Israele nel conflitto» (2).
Eccolo:
«Gerusalemme possiede un forte interesse nella pipeline che porta gas e greggio del Caspio al porto turco di Ceyhan, senza bisogno di usare le reti di gasdotti russi. Sono in corso intensi negoziati tra Israele, Turchia, Georgia, Turkmenistan e Azerbaijian affinchè l’oleodotto raggiunga la Turchia e da lì il terminale petrolifero di Israele ad Ashkelon e di seguito il porto di Eilat sul Mar Rosso. Da lì, super-petroliere possono portare il gas e il greggio in estremo oriente attraverso l’oceano indiano».
Dunque la Vittima Eterna non vuole solo assicurarsi il petrolio per i suoi consumi interni, bensì partecipare al grande business, far dipendere l’Asia dalla sua buona volontà di fornitrice.
Debka continua: «L’anno scorso il presidente georgiano ha assunto da ditte israeliane di sicurezza (sic) alcune centinaia di istruttori militari, si stima oltre mille, per addestrare le forze georgiane in tattiche di commando, e di combattimento aereo, navale e corazzato. Hanno fornito addestramento in intelligence militare e sicurezza per il regime. Tbilisi ha anche comprato armamento e sistemi elettronici d’intelligence e di puntamento da Israele. Questi istruttori sono fortemente impegnati nella preparazione della armata georgiana alla conquista della capitale del Sud-Ossezia».
Non basta. Debka rivela che «nelle scorse settimane Mosca ha ripetutamente chiesto a Gerusalemme di smettere la sua assistenza militare alla Georgia, fino a minacciare una crisi della relazioni bilaterali. Israele ha risposto che l’assistenza fornita a Tbilisi era solo difensiva».
Se le cose stanno così, la conclusione è inevitabile: non è il dittatore di Kartulia, bensì Israele ad aver subìto una cocente sconfitta in Ossezia. Una replica del fallito attacco contro Hezbollah, e per gli stessi motivi: cieca presunzione della propria superiorità, credenza nella propria stessa propaganda (Hezbollah: belve arretrate, Russia: tigre di carta incapace di riempire il vuoto lasciato dall’URSS), e soprattutto, il risultato della «americanizzazione» dell’ex-glorioso Tsahal, da snella armata di aggressione-lampo a dinosauro dalla logistica pesante «made in Pentagon», con ricorso a «ditte» di mercenari (privatizzazione ed outsourcing della guerra: la bella trovata di Rumsfeld), e dalla tipica ottusità tattica made in USA: una vera tradizione questa, che risale alla guerra di Corea, continua ostinatamente e senza rimedio in Vietnam, e di cui si vedono gli ultimi effetti in Iraq e Afghanistan.
Ciò dovrebbe indurre a qualche riflessione gli europei, il Berlusconi compreso: tutti accaniti a chiedere ragione a Putin della reazione «sproporzionata» in Ossezia, se non fossero i maggiordomi del Katz dovrebbero chiedere a «Gerusalemme» (ma la capitale non era Tel Aviv?) qualche ragione della sua presenza militarista in Georgia, apparentemente col coinvolgimento diretto di suoi mercenari (oltre a qualche povero negro americano) negli scontri. E’ legale? Che cosa dice in proposito il famoso diritto internazionale?
Invece avviene il contrario, naturalmente.
Battezzata «Operation Brimstone» (Operazione Zolfo), una delle più vaste esercitazioni aeronavali occidentali del dopoguerra è finita il 31 luglio nell’Atlantico. La grande manovra ha visto impegnati un «supergruppo di battaglia» portaerei USA, un gruppo  di spedizione USA con portaerei, un gruppo di battaglia portaerei della Royal Navy britannica, un sottomarino nucleare da caccia francese, e un gran numero di incrociatori, fregate e cacciatorpediniere americani, nella parte delle «forze nemiche» (3).
Lo scopo dichiarato di queste grandi manovre della più grande armata occidentale dai tempi della prima  guerra all’Iraq è attuare il più severo blocco navale attorno all’Iran. Benchè produttore di petrolio, l’Iran ha limitate capacità di raffinazione; importa il 40% delle benzine e dei carburanti di cui ha bisogno. Bloccare l’arrivo delle benzine e dei carburanti è giudicato il solo modo di colpirne gravemente l’economia. L’Europa dunque partecipa a questo blocco, che è un atto di guerra secondo il diritto internazionale. Ancora una volta, è la scuola israeliana a dettare la legge di guerra: il trattamento-Gaza anche per gli iraniani, la «cura dimagrante».
Ma la quantità e il volume di fuoco della flotta messa in campo non può essere diretta solo all’Iran. E’ volto a dissuadere ben determinati Paesi - la Russia e la Cina, che è uno dei maggiori clienti del petrolio iraniano - ad opporsi al blocco, magari scortando con proprie navi militari le petroliere con i prodotti raffinati acquistati da Teheran.
Quanto alla Russia, si tratta di tenere sotto schiaffo, e dissuadere dall’intervenire, la flotta del Mar Nero recentemente spostata nel Mediterraneo, con base nel porto siriano di Tartus: guidata dalla portaerei moderna «Ammiraglio Kusnetsov» (che porta una cinquantina di caccia e una decina di elicotteri) e l’incrociatore lanciamissili «Moskva».
Nei giorni scorsi la Moskva, accompagnata dalla corvetta Smetlivy sono state spostate nell’area orientale del Mar Nero, davanti alla Georgia, con il dichiarato scopo di assistere gli osseti in fuga davanti all’invasione georgiana del loro territorio: almeno 30 mila persone su 70 mila, terrorizzati dalle atrocità di cui sono stati testimoni.
Nei loro racconti, parlano di bombe a mano tirate dai soldati georgiani nelle cantine dove gli abitanti si erano rifugiati dai bombardamenti, di soldati russi della forza d’interposizione feriti, catturati e giustiziati sommariamente, di un inizio di pulizia etnica (il presidente Medvedev ha parlato di genocidio). Le oltre duemila vittime civili paiono confermare: non si è cercato di fare un’operazione militarmente «pulita», bensì di spargere il terrore con massacri, per spingere alla fuga la popolazione.
Ancora una volta, è la scuola israeliana all’opera: il «trattamento Deir Yasin». E la Francia del Sarko-katz partecipa all’avventura con un sommergibile atomico. Visto che Berlusconi è spesso al telefono con Sarko, che è pure presidente semestrale della UE, non potrebbe chiedergli ragione di tanto impegno? E magari una telefonata di richiesta di chiarimenti «all’amico Bush» su quei negri ammazzati e catturati in territorio altrui? Invece no: chiede moderazione solo all’«amico Putin».
Le grandi manovre giudaico-cristiane («Brimstone» nell’Atlantico, e «Immediate Response» in Georgia, entrambe finite il 31 luglio, a ridosso dell’attacco di Kartulia agli osseti) fanno pensare che Saakashvili, dopotutto, non abbia agito di testa sua; l’attacco deliberato pare iscriversi in un più vasto piano concertato di provocazione ed affermazione di potenza, per il dominio totale delle fonti petrolifere. Una strategia alla Brzezinsky, sul «grande scacchiere» geopolitico, contro i nemici storici reali, Russia e Cina.
Se è così, mai nome fu più adatto ad una esercitazione: «Operazione Zolfo» ha l’intento di incendiare definitivamente l’area del petrolio del Golfo. In qualche modo, la strategia Us-raeliana sembra quella di reagire alle proprie sconfitte aumentando la posta.
Ci sono brandelli di informazioni, che non troverete sui nostri media alla Riotta, e che paiono confermare questa volontà di escalation.
    • Il ministero degli Esteri ucraino ha dichiarato che l’Ucraina si riserva il diritto di impedire il ritorno della flotta russa del Mar Nero, ora impegnata al largo della Georgia, nei porti ucraini (4). In base ad un accordo firmato fra i due Paesi, la flotta bellica russa ha il diritto di usare i porti ucraini fino al 2017. Evidentemente la «democrazia» ucraina, che deve la sua esistenza a Washington non meno della «democrazia» in Kartulia, arde dalla voglia di impicciarsi nel conflitto, troppo «limitato» secondo i gusti del suo padrone a Washington. Bisogna ampliarlo, e l’Ucraina si presta.
    • Gli americani si apprestano a trasportare, con ponte aereo, metà del contingente di Kartulia che è impegnato in Iraq, e che ne fa il terzo dei contingenti alleati, dopo americani e britannici. Mille uomini subito «entro 96 ore», gli altri mille al più presto, ha detto il colonnello Bondo Maisuradze: «Gli USA ci forniranno il trasporto» (5). Dunque il Pentagono, mentre chiede il cessate il fuoco a Putin, prepara il suo satellite georgiano ad un qualche contrattacco. E in ogni caso, il ponte aereo dell’USAF espone gli aerei americani al contatto con le armi russe: una provocazione aperta, magari alla ricerca di un «incidente».
    • Nel lontano Kirghizistan, in una casa di Bishkeh (la capitale) affittata a cittadini americani con passaporto diplomatico, la polizia locale - allertata dai vicini - ha trovato un vero arsenale: 53 armi da fuoco anche «di grosso calibo» oltre a «lanciagranate, fucili mitragliatori, pistole, carabine da cecchino e 15 mila proiettili». I cittadini americani che sorvegliavano le armi sono «due dipendenti dell’Ambasciata USA e dieci militari americani nel Paese, dicono loro, per addestrare le forze speciali kirghize». Un dettaglio che il ministro degli Interni kirghizo, Temirkan Subanov, e il ministero della Difesa, negano con forza. C’è un accordo con gli USA, dicono, per addestrare gli agenti anti-droga (l’oppio afghano passa di lì), ma l’addestramento non richiede nè contempla armamento pesante. L’ambasciata USA ha emesso un comunicato in cui insiste: l’arsenale era lì con il permesso e su richiesta del governo kirghizo (6).

Insomma l’America sta rimestando attivamente nel torbido, incitando i suoi satelliti e provocando, in tutta la vasta area d’influenza russa. L’Europa - tramite le sue cosche non-elette - è della partita, all’insaputa dei suoi cittadini.
I nostri media non ci informano del fatto che siamo già schierati nella guerra di aggressione più inaudita della storia, a provocare il nostro massimo e più affidabile fornitore di prodotti energetici. Al contrario, titolano «Putin piega la Georgia» (Repubblica), «Mosca cieca» (Il Manifesto), ed evocando l’invasione sovietica a Praga nel 1968.
Quanto al Papa, invoca la pace in nome delle «comuni radici cristiane», come se il cristianesimo c’entrasse qualcosa: che analisi fanno, in Vaticano? Hanno delle informazioni proprie? Che ideologia sposano? La giudaizzazione della Chiesa la porta alla rovina mentale.
Si vede che siamo sotto protettorato di Katz, con direttori di TG del Katz, e giornali di sinistra molto del Katz.
 
1) «Did mercenaries help Georgia?», Russia Today, 10 agosto 2008. Con foto di corpi dei misteriosi combattenti, che portano mimetiche NATO. il sito Russia Today è stato oscurato per diverse ore, non certo da Mosca.
2) «Israel backs Georgia in Caspian Oil Pipeline Battle with Russia», Debka File, 8 agosto 2008.
3) «Major Armada prepares for Iran blockade», Europebusiness.blogspot, 7 agosto 2008. «The lead American ship in these war games, the USS Theodore Roosevelt (CVN71) and its Carrier Strike Group Two (CCSG-2) are now headed towards Iran along with the USS Ronald Reagon (CVN76) and its Carrier Strike Group Seven (CCSG-7) coming from Japan.
They are joining two existing USN battle groups in the Gulf area: the USS Abraham Lincoln (CVN72) with its Carrier Strike Group Nine (CCSG-9); and the USS Peleliu (LHA-5) with its expeditionary strike group. Likely also under way towards the Persian Gulf is the USS Iwo Jima (LHD-7) and its expeditionary strike group, the UK Royal Navy HMS Ark Royal (R07) carrier battle group, assorted French naval assets including the nuclear hunter-killer submarine Amethyste and French Naval Rafale fighter jets on-board the USS Theodore Roosevelt. These ships took part in the just completed Operation Brimstone.
The build up of naval forces in the Gulf will be one of the largest multi-national naval armadas since the First and Second Gulf Wars. The intent is to create a US/EU naval blockade (which is an Act of War under international law) around Iran (with supporting air and land elements) to prevent the shipment of benzene and certain other refined oil products headed to Iranian ports».
4) «Ukraine threatens to bar Russian warships», Reuters, 10 agosto 2008.
5) Deborah Haynes, «Georgia sends troops from Irak to South-Ossetia», Times, 10 agosto.
6) «US arms cache found in Kyrgyzistan», Kommersant, 6 agosto 2008.
 
 

Georgia - Cosa vuole Putin

 
Maurizio Blondet     12 agosto 2008  
  
 
La stampa occidentale vive la disfatta georgiana come propria: oddio, quando si fermeranno i cingolati russi? Mosca vuole annettersi la Georgia? Torna  l’impero sovietico? Dove vuole arrivare Putin? L’angoscia servile, a quanto pare, rende sordi. Cosa vuole Mosca, l’ha detto chiaro Sergei Lavrov a Condy Rice: «Saakasvili must go», se ne deve andare. Anche Kouchner se lo dev’essere sentito ripetere.
La mediazione francese, se non si limitasse a servire Usrael, potrebbe fare molto. Perchè ha sottomano l’uomo giusto, che vive a Parigi dove ha ottenuto l’asilo politico: Irakli Okruashvili.
E chi è?
Okruashvili è stato ministro della Difesa di Saakasvili. Fino al novembre scorso, quando un forte movimento d’opposizione è sceso in piazza a reclamare «Saakashvili must go», e il Gran Kartulo ha risposto imponendo a Tbilisi la legge marziale (tale è la «democrazia» georgiana); Okruashvili, passato all’opposizione, lo ha accusato pubblicamente di corruzione e di assassinii vari, ed ha dovuto scappare all’estero. Saakashvili ne ha chiesto l’estradizione, rifiutata il giugno scorso da un tribunale francese.
Come si vede, c’è una potenziale convergenza fra la popolazione georgiana e Mosca: Saakashvili se ne vada, l’avevano già chiesto i georgiani l’autunno passato. La gente lo accusa di aver scandalosamente arricchito se stesso e la sua famiglia, a cominciare da suo zio (fratello di suo madre, il capoclan) Timur Alasaniya, accaparrandosi le concessioni commerciali, petrolifere e portuali del Paese, nonchè grasse tangenti sull’acquisto delle armi da USA e Israele.
Se non fossero russe le bombe che piovono loro sul capo, oggi una maggioranza di georgiani potrebbero sottoscrivere le parole di Vladimir Vasiliyev, presidente della Commissione Sicurezza della Duma di Mosca: «Gli anni della presidenza Saakashvili potevano essere impiegati in tutt’altro modo, rafforzando l’economia, sviluppando infrastrutture, risolvendo i problemi sociali nel Paese e anche in Sud-Ossezia ed Abkhazia. Invece, Saakashvili ha impiegato le risorse del Paese per accrescere la spesa militare da 30 milioni di dollari a un miliardo: tutto per prepararsi all’azione militare». Il lato comico è che il Gran Kartulo, non contento di arricchire lo zio Alasaniya, lo ha piazzato (con il placet di Washington) alla Commissione ONU per... il disarmo.
Se i media occidentali, anzichè piangere sulla «piccola fragile democrazia minacciata» ascoltassero l’opposizione georgiana, vedrebbero che la soluzione del caso georgiano è più semplice di quanto sembra.
Irakli Karabadze, per esempio, che è riuscito a riparare a New York, dopo essere stato messo in galera dalle teste di cuoio di Saakashvili per aver guidato una manifestazione di piazza anti-Kartulo la primavera scorsa: «Quando le bombe taceranno, credo che Saakashvili non sopravviverà alla sua avventura in Ossezia» (1). E’ lo stesso parere di Shalva Natelashvili, che dirige il Partito del Lavoro georgiano, e che tace solo per non farsi accusare, in questo momento, si essere anti-patriottica.
Ovviamente, più a lungo le operazioni russe proseguono, più Saakashvili diventa la vittima e più il suo popolo si compatta per un’ovvia reazione psicologica. Ma oltre a militare in spirito per il «democratico», i giornali europei dovrebbero almeno riportare la posizione russa, che rende difficile un cessate-il-fuoco se prima non avviene in Georgia un cambio di regime (o di fantoccio).
Mosca ha visto nel massacro di osseti operato dai georgiani una replica della «pulizia etnica» che USA ed UE hanno giudicato crimine contro l’umanità, quando a commetterlo era il loro protetto Slobodan Milosevic. Se hanno trascinato al Tribunale dell’Aja Milosevic, bisogna che  processino anche Saakashvili, dicono in Russia.
Ovviamente, non ci credono. Sanno che Saakashvili è stato messo lì dagli americani per garantire l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che sottrae il greggio del Caspio alla sfera d’influenza russa per darlo in mano ad Israele (la quale punta, caricando il petrolio ad Eilat su petroliere e inoltrandolo all’estremo oriente asiatico, a neutralizzare completamente l’importanza strategica del Golfo Persico come transito dell’oro nero: che diventa così campo libero per le ulteriori guerre anti-islamiche). A Mosca hanno tutte le prove che Washington punta a balcanizzare il Caucaso, a farne una ex-Jugoslavia piena di basi americane.
Gli USA hanno armato il secessionista ceceno Dudayev; hanno finanziato il terrorismo ceceno nei suoi crimini più atroci (la strage alla scuola di Beslan, qualche giornale la ricorda?); ed ora, da anni, armano Saakashvili e ne addestrano i corpo speciali colpevoli dei massacri in Ossezia. Per di più, gli americani vogliono coprire il loro fantoccio mettendolo sotto il manto della NATO.
Se ciò sia bene per l’America, è una domanda sospesa. Ma almeno l’Europa dovrebbe considerare - con un brivido - che se oggi Saakashvili fosse già membro della NATO come caldamente vogliono e premono i neocon, saremmo già in guerra contro la Russia, nei rifugi a Milano e Berlino sotto il rombo dei Sukhoi, per nessun motivo decente.
Per fortuna - non certo per merito europeo - non siamo a questo punto, e Saakashvili deve sorbirsi i Sukhoi per conto proprio. Ma  fino a quando?
Secondo una fonte insospettabile, l’israeliano Maariv, USA ed Israele continuano anche in queste ore a rifornire di armi il Gran Kartulo (2). Lo fanno, come sanno bene a Mosca, usando una compagnia privata, la UTI WorldWide Inc., che fa decollare i suoi aerei da trasporto (ironicamente, di origine sovietica) dalla base giordana di Akaba, che il Pentagono usa di solito per inoltrare i rifornimenti in Iraq.
Dunque i russi non possono smettere le operazioni, e la «mediazione» europea non ha possibilità. Berlusconi, dopo una telefonata all’«amico Putin», ha rilasciato una dichiarazione che addossa la responsabilità dei fatti a Saakashvili.
Benino, ma c’è ancora un passo da fare: riconoscere che la NATO è diventata non solo controproducente agli interessi italiani ed europei, ma un pericolo immediato per l’Europa; che dunque, come minimo, occorre opporre un veto assoluto all’ammissione nell’Alleanza di Paesi-satelliti con capetti che hanno conti da regolare con Mosca, o che eseguono gli ordini americani. Poi, premendo sull’«amico Bush» perchè accetti il cambio di fantoccio in Kartulia, che è la sola e vera soluzione al problema.
Pensate che lo farà? Che qualcuno in Europa lo farà? Per togliersi l’illusione, basta vedere come i media italiani ed europei in genere siano schierati tutti sulla posizione americana.
Si arriva a questo: che mentre le stesse fonti israeliane, da Debka File a YNET ad Israel Today, ammettono la «Israeli connection» nel conflitto in Sud-Ossezia, i media europei e i giornali italiani - a cominciare da l’Unità - non ne dicono una parola (3). Eppure, lo so, i nostri colleghi leggono avidamente Debka File, se non altro per sapere cosa ordina il padrone, e quale disinformazione diffondere per far carriera. Come accade a tutti i servi e maggiordomi, siamo più realisti del re David.
Può darsi che in questo servilismo ci sian una parte di vera paura della Russia, e la convinzione che l’America, la NATO, ci difendono. Anche qui, le notizie - se avessero il coraggio di leggerle - dicono un’altra verità.
In Georgia, bloccati dal contrattacco russo che non avevano previsto, sono ancora mille soldati americani che hanno partecipato all’esercitazione «Immediate Response» conclusa il 31 luglio. Per la precisione, ci sono gli uomini della Southern European Task Force (Airborne) che  normalmente stanno a  Vicenza, il 21mo Comando di Teatro partito dalla  germanica Kaiserslautern, il 3° Battaglione Marines, e il 25moMarines venuto dall’Ohio (4).
Come si vede, noi europei siamo già coinvolti, se non altro come passivi ospiti delle basi USA, adoperate oggi per le aggressioni in Caucaso ed Asia centrale. Nel servaggio c’è la viltà: forse la convinzione che gli americani sono comunque «i più forti», dunque ci conviene stare con loro. Ma è proprio così?
Il Pentagono comincia ad ammettere di essere stato sopreso dalla «velocità e tempestività» della risposta bellica russa (5). Più precisamente, il Pentagono non ha visto il «build-up», l’ammassamento di truppe e mezzi  ai confini che segnalasse l’intenzione di contrattaccare in forze. Tra 10 e 25 mila uomini (la cifra superiore è la valutazione georgiana) e 500 carri russi armati sono comparsi di colpo ed hanno preso la via dell’avanzata, appoggiati dal cielo da SU-25, SU-24, SU-27 e da bombardieri TU-22. Con tanti saluti ai satelliti-spia americani che possono identificare un pallone da football in ogni parte del pianeta e, secondo la «revolution in military affairs», sostituiscono con l’alta tecnologia la vecchia «intelligence» affidata a spie sul terreno.
Un bello smacco per la rinomata intelligence elettronica che gli israeliani si son fatti pagare da Saakashvili. Soprattutto, uno scacco per la convinzione strategica americana, che la guerra si possa vincere dal cielo, guardando giù coi satelliti e bombardando a distanza, senza stivali sul terreno. La convinzione che i computer e le comunicazioni sostituiscano inutile l’intelligenza tattica e la pura e semplice audacia. I russi hanno un’altra scuola, che viene da un’altra storia, da Stalingrado, dalla lezione appresa nel sangue dal nemico tedesco. La loro forza è proprio nella rapidità e nell’audacia tattica sul terreno.
M’è capitato di apprezzarla personalmente - sia consentito un ricordo personale - in Kossovo. Mentre la NATO occupava la ragione secondo le (sue) regole americaniste ossia prevedibili, un corpo russo - qualche Omon, qualche paracadutista, alcuni mezzi corazzati portatruppe - s’impadronì dell’aeroporto di Pristina. I generali inglesi e americani erano verdi di bile, per atterrare e decollare dovevano chiedere il permesso ai russi.
Mosca, specialmente allora, non poteva fare molto per la Serbia; ma con quell’azione avevano dato prova di una fantasia geniale, di una capacità di sfida quasi inaudita, che evidentemente veniva da una perfetta valutazione politico-militare della situazione e da un freddo calcolo del rischio. Tutto ciò che ho visto sempre mancare alla superpotenza USA.
Me li ricordo ancora, quei soldati russi. Sedevano a cavalcioni sui loro carri armati coi loro copricapi da carristi della seconda guerra mondiale, fumavano papiroske e ci guardavano con sfida. Molto sicuri di sè.
 
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1) John Helmer, «Russia bids to rid Georgia of its folly», Asia Times, 12 agosto 2008.
2) «US sends more arms to Georgia - Israeli media», Russia Today, 11 agosto 2008. «The United States is sending  fresh supplies of weapons to Georgia  from its base in the Jordanian port of Aqabah. That’s according to the Israeli newspaper - Maariv».
3) John Vandiver, «US troops still in Georgia», Star & Stripes, 12 agosto 2008. Anche 12 mila fra ebrei residenti ed israeliani sono bloccati in Georgia, e gridano perchè vogliono essere salvati; il governo di Olmert sta cercando di portarli via.
4) «Media disinformation: BBC distorts the news from the Georgia region», GlobalResearch, 10 agosto 2008.
5) «US military surprised by speed, timing of Russia military action», AFP, 11 agosto 2008. «… the official said there was no obvious buildup of Russian forces along the border that signaled an intention to invade. ‘Once it did happen they were able to get the forces quickly and it was just a matter of taking the roads in. So it’s not as though they were building up forces on the border, waiting’, the official said. ‘What are their future intentions, I don’t know. Obviously they could throw more troops at this if they wanted to’, he said».
 
 

 
 

Ma l'importante sono le Olimpiadi

Dal blog di Grillo:
 
Gli orsi bianchi sono contaminati. Stanno diventando gialli. Le foche e i pinguini li avvistano da lontano e fuggono. Il giallo oro sulla neve bianca è meglio di un catarifrangente. Al Polo ci sono orsi sempre più magri che si lasciano trascinare su blocchi di ghiaccio dalla corrente. I ghiacciai si sciolgono, ma l’intero pianeta dedica le sue attenzioni alle Olimpiadi. La nostra civiltà e i ghiacciai rischiano di finire nello stesso momento.
I ghiacciai del Tibet-Qinghai Plateau si stanno sciogliendo a un ritmo del 7% all’anno. Entro il 2060 potrebbero scomparire, ma già ora il flusso con cui alimentano il Fiume Giallo e lo Yangtze è diminuito insieme ai raccolti di riso e di grano.
Il ghiacciaio Gangotri può scomparire entro vent’anni insieme al Gange che si trasformerebbe in un piccolo fiume stagionale.
Il ghiaccio dell’Himalaya si trasforma in fiumi, i fiumi in cibo per l’India e la Cina, due nazioni sovrappopolate. Qualche miliardo di persone può morire di fame, ma a Pechino le nazioni del mondo pensano al tiro con l’arco e al nuoto sincronizzato.
La razza umana è a suo modo simpatica, riesce a ballare anche sull’orlo di un vulcano durante un maremoto mentre un asteroide colpisce la Terra.
Quando i ghiacci dell'Antartide si scioglieranno, e avverrà presto, forse in meno di dieci anni, il livello dei mari si alzerà di CINQUE metri. I ghiacci della Groenlandia si scioglieranno subito dopo e il livello dei mari si alzerà di altri SETTE metri.
Qualunque essere umano che abiti in un posto inferiore ai DODICI metri sul mare dovrà traslocare. Uno studio dell’International Institute for Environment and Development ha stimato che il trasloco riguarderà 600 milioni di persone.
Gli umani diventeranno gialli come gli orsi. Saranno trascinati negli oceani come gli orsi. Non su blocchi di ghiaccio. Che non ci sarà più. Ma su blocchi di merda.
 
 
 

L'assicurazione a favore dei datori di lavoro

 
Dal blog di Grillo:
 
Nel libro "Morti Bianche" di Samanta Di Persio, acquistabile a prezzo libero sul blog, ho scritto nella prefazione che i morti sul lavoro di oggi sono ancora fortunati. I familiari, se va bene, qualcosa ottengono di risarcimento. Poco, quasi niente, ma qualcosa. Domani dovranno pagare loro il datore di lavoro. Se il parente si è schiantato su una betoniera, dovranno comprarne una nuova. Se è morto in in un incendio, i danni andranno risarciti. E così via. Per lavorare ci vorrà l'assicurazione obbligatoria a favore del datore di lavoro. Del Papa della Umbria Olii vuole 36 milioni di euro dalle famiglie delle vittime per i danni subiti dalla sua azienda nell'eplosione. Mi aspettavo una presa di posizione della Confindustria, un richiamo alla decenza da parte della Marcegagaglia, almeno per salvare le forme. Invece Confindustria esprime tutto il suo appoggio a Del Papa. Il motivo è chiaro, se ci riesce lui, lo possono fare anche tutti gli altri industriali. Cadavere sul lavoro non olet. Del Papa è un'apripista. Gli altri degli avvoltoi.

Decisa presa di posizione da parte di Confindustria Perugia sul disastro alla Umbria Olii. L'associazione degli industriali è intervenuta sul caso Del Papa con uncomunicato stampa:
"La Umbria Olii di Campello sul Clitunno rappresenta una realtà aziendale importante per il territorio di Spoleto, una realtà che fino al 2006 era leader in Europa per la raffinazione di olio di oliva per uso alimentare. Per questo motivo Confindustria Perugia fa appello al senso di responsabilità di tutti perché non sia vanificato lo sforzo in cui l'imprenditore è impegnato per riportare l'azienda ai vertici del suo settore. Le recenti critiche, provenienti da più parti, riguardo alla linea difensiva adottata dal presidente Giorgio del Papa confermano ed amplificano l'ingiusto processo mediatico che praticamente ha già condotto alla sua condanna senza appello. In questo clima, Confindustria Perugia - pur comprendendo profondamente il dolore e le ragioni dei familiari delle vittime del tragico incidente - vuole essere partecipe delle vicende e del futuro della Umbria Olii. Se Del Papa, nell'esercizio delle sue funzioni di Presidente, ha commesso errori o violazioni delle norme, queste responsabilità dovranno essere accertate esclusivamente dagli organi competenti nelle sedi deputate.
Non è possibile condividere la posizione di chi sostiene che la scelta di Del Papa a difesa della sua azienda e la attività imprenditoriale stessa siano in contrasto con la cultura del popolo umbro. Del Papa, nonostante le mille difficoltà e nonostante potesse contare sull'ammissione alla Cassa integrazione, ha richiamato al lavoro tutte le maestranze che con grande impegno stanno condividendo gli sforzi dell'imprenditore. Proprio i dipendenti della Umbra Olii, in una lettera pubblica, hanno riconosciuto all'azienda un comportamento sempre corretto nei confronti dei lavoratori e del mercato, e un'attenzione particolare alla sicurezza del lavoro e alla difesa dell'ambiente per i quali sono stati fatti investimenti considerevoli. Ci sembra contraddittorio dichiarare la propria preoccupazione per le difficoltà economiche ed occupazionali dell'area di Foligno, Trevi, Spoleto e della Valnerina - come ha fatto di recente il Sindacato - e poi ostacolare in concreto il rilancio di una attività imprenditoriale che ha contribuito per lungo tempo allo sviluppo di quel comprensorio. Noi riteniamo che sia giunto il momento di dismettere gli atteggiamenti demagogici che hanno spesso caratterizzato le tante prese di posizione su questa dolorosa vicenda, nonché l'affannosa ricerca di un capro espiatorio, ferito da un evento così drammatico e luttuoso, che ha messo in grave pregiudizio la continuità aziendale.
Questo clima non giova certo né alle vittime e ai loro parenti, né alla ricerca della verità. Con il pensiero sempre rivolto a chi non c'è più, il nostro auspicio è che la Comunità umbra si ritrovi unita in una azione concorde che da un lato miri a salvaguardare l'azienda ed il futuro dei suoi collaboratori, dall'altro solleciti che eventuali errori, da chiunque siano stati commessi, siano accertati, nei tempi più rapidi possibile e senza pregiudiziali, per evitare che possano ripetersi tragedie come quella accaduta a Campello".
 
 
 

La Guerra Mondiale del Petrolio

 
Dal blog di Grillo:
 
La Georgia ha bombardato l’Ossezia del Sud. Un piccolo Stato, una media provincia italiana. La stima è di 1300 morti. Quasi tutti civili. La Russia ha quindi invaso l’Ossezia con i suoi carri armati e bombardato Tbilisi, la capitale della Georgia. Nel frattempo Putin e Bush si scambiano convenevoli alle Olimpiadi dell’Ipocrisia e l’Unione Europea tace. E’ un’altra guerra che si combatte per l’energia. Dal Kazakistan petrolio e gas potrebbero arrivare in Europa senza passare in territorio russo. La Georgia è armata da Israele e dagli Stati Uniti. Il suo presidente si fa riprendere tra la bandiera nazionale e quella dell’Unione Europea, di cui la Georgia vuol entrare a far parte.
L’Ossezia è un episodio della guerra mondiale per il petrolio iniziata con la prima invasione dell’Iraq nel 1991. Saddam attaccò il Kuwait e Bush padre intervenne. Non per liberarlo, ma per impedire a Saddam di controllare i flussi di petrolio del Golfo Persico. Bush figlio terminò il lavoro con la panzana delle armi di sterminio di massa. Pensate che agli americani interessi il destino degli abitanti del Kuwait o dell’Iraq, quando gli Stati Uniti non hanno mosso un dito per i genocidi del Ruanda e del Darfur?
La Cina compra petrolio dall’Iran, probabilmente lo arma. L'Iran vuole imporre il petrol-euro al posto del petrol-dollaro. Israele minaccia di bombardare l’Iran per la sua politica di sviluppo nucleare. La Cecenia è strategica per gli oleodotti russi. Questo è il motivo dei massacri ceceni e della guerra permanente. Il mondo è diviso in zone d’influenza del petrolio. Dove ci sono pozzi di petrolio c’è una guerra o un’occupazione militare (quasi sempre). Dove è strategico il passaggio di petrolio c’è un conflitto armato (quasi sempre). I G8+1 (la Cina) e -1 (l’Italia) si riuniscono periodicamente per concordare le zone di influenza energetica. Tra loro la guerra non può scoppiare. Fanno massacrare i loro sudditi in guerre minori. Avamposti mascherati che comprano (anche) le loro armi. Business doppio: armi e petrolio.
Beati i popoli senza pozzi di petrolio perché erediteranno la pace.
 
 

Autostrade pubbliche, profitti privati

 
Dal blog di Grillo:
 
In questi giorni sono disponibili le semestrali delle grandi aziende. Le aziende vanno divise in società di mercato e concessionarie di Stato. Il primo gruppo è sempre meno numeroso e vive spesso di stenti. I concessionari sono invece in aumento e godono di una salute di ferro. La concessione è un diritto di sfruttamento dei cittadini assegnato dallo Stato. Si possono dare in concessione acqua, spazzatura, energia elettrica, strade. Tutti i bisogni primari di cui le persone non possono fare a meno. Una volta il re assegnava ai suoi feudatari ducati e contee in cambio dei loro favori, oggi i partiti distribuiscono concessioni.
L’italiano, di fronte allo sfruttamento intensivo delle tariffe, può solo consumare meno. Ma, con sua sorpresa, si trova comunque a pagare di più. Infatti, la concessionaria ha un suo preciso obiettivo di profitto. Per raggiungerlo, se il mercato va giù, i prezzi vanno su. E’ un gioco di prestigio che permette ai nuovi monopolisti privati di fare ottimi bilanci e superlative semestrali. E di pagare contributi elettorali, alla luce del sole, ai partiti.
Atlantia, la holding della famiglia Benetton, controlla Autostrade per l’Italia. Le potete riconoscere tra mille nei vostri viaggi delle vacanze: sono quelle con lavori in corso. In un momento di recessione mondiale i Benetton rappresentano un esempio in controtendenza. Grandi industriali del taglieggiamento autorizzato autostradale. I ricavi di Atlantia sono aumentati del 7,8% in sei mesi, arrivando a 1,6 miliardi di euro. 1,3 miliardi di euro provengono dai pedaggi nonostante il traffico sia rimasto stabile. Le tariffe sono aumentate infatti del 3,6% dal primo gennaio 2008.
“Atlantia, la holding della famiglia Benetton”. Come suonano bene queste parole, danno lignaggio alle gabelle. Atlantia ha fatto un utile di 366 milioni di euro in un semestre (+7,4%).
Quando le autostrade erano gestite dallo Stato, gli utili rimanevano agli italiani. Oggi sono spartiti tra gli industriali alla Benetton e i partiti e il Paese diventa sempre più povero.
Si viaggiare, ma evitando le buche più dure…”
 
 
7月31日

De legibus italioticis

 
 Maurizio Blondet         30 luglio 2008
 
 
Settimana densa di avvenimenti istruttivi. Anzitutto: Gloria al leghista-legislatore che, nel tentativo di fare qualcosa di cattivo contro gli immigrati, ha tolto l’assegno di sussistenza ad 800 mila italiani poverissimi, misere suore anziane, preti ottantenni, casalinghe vedove in quarta età. Ciò dimostra in modo inequivocabile la natura intimamente italiota - starei per dire terrona - del Nordismo padano: analfabetismo giuridico, pressapochismo e meschinità.
Andiamo per ordine.
Il processo legislativo italiota comincia dalla volontà del Legislatore. Ossia non nella sua mente, ma in qualche viscere più italiota: la bile, o l’apparato gastrico-mangiatoio. Il Mastella si proporrà: come posso dare un privilegio ai miei clientes, e negarlo agli altri? Il Visco dirà: come posso bastonare fiscalmente i tassisti e benzinai, ma non le COOP? Il Leghista: come posso nuocere agli «immigrati» in generale? L’impulso è, nella sua essenza, identico.
Il Legislatore italiota, sia nordico o meridionale, ignora anzitutto un principio elementare del diritto: che le leggi sono «erga omnes». Esercitano i loro effetti verso tutti i cittadini indistintamente - ciò che si chiama «giustizia» - e perciò ci guadagnano ad essere formulate con laconica esattezza, in pochi limpidi articoli.
Diciamo meglio. Non è che il Legislatore italiota ignori questo carattere delle leggi. E' che lui, precisamente, vuole togliere alle leggi questo carattere. La sua proliferante attività legislativa mira infatti ad uno scopo: fare leggi che favoriscano «i nostri» e danneggino «loro», gli altri. Altrimenti che gusto c’è a fare le leggi, se «noi» non ci guadagnamo? A che serve il potere, se non si possono fare leggi ingiuste?
Il guaio è che le leggi restano, ostinatamente, erga omnes. E' nella natura stessa delle leggi, possiamo dire nella natura delle cose (de rerum natura). L’Italiota però non demorde, e ancor più ostinatamente cerca di togliere alle leggi questo carattere, che è poi la giustizia. E come lo fa? Infarcendo le leggi di condizioni e clausole, nel tentativo di limitarne l’azione benefica ad alcuni (i nostri) e di renderle ferocemente dannose, nei loro effetti, solo agli «altri», o meglio ancora, a certi «altri», che sono ben chiari nella mente (o nella bile) del Legislatore.
E' per questo che le leggi italiane sono complicatissime, torbidamente oscure e intorcinate, fino ad essere in molti casi inapplicabili.
Qualcuno ha detto al Leghista-legislatore che certi immigrati, o vecchie mamme di immigrati che sono entrate in Italia per i «ricongiungimenti familiari», chiedono ed ottengono l’assegno «sociale». Allora si è proposto di toglierlo alle vecchie marocchine. Dunque ha escogitato una clausola, tipo: niente assegno a chi non ha lavorato in Italia per dieci anni. A chi non ha 10 anni di contributi. A chi non risiede qui da 10 anni. Eccetera. Non è una bella pensata?
Ma la legge, automaticamente, scatta «erga omnes», contro tutti quelli che si trovano nelle nuove condizioni così definite dal leghista: colpendo casalinghe italianissime che non hanno mai «lavorato» secondo l’INPS anche se hanno sgobbato per la famiglia e per i nipoti, e suore ormai in carrozzella che hanno dato la vita negli ospedali, gratis e senza contributi.
Non è colpa della legge, è la sua natura. E' colpa del legislatore.
Un nordico - uno svedese, intendo - queste cose le sa. Un leghista, se fosse del Nord come sostiene, dovrebbe saperlo e vegliare aspramente contro la legislazione italiota, che è tutta fatta - dall’unità in poi - «contro» gruppi particolari e a favore di altri gruppi particolari. A favore dei massoni contro i gesuiti, o dei piemontesi contro i napoletani, le leggi risorgimentali;  dei padroni contro gli operai, le leggi «di destra»; a favore della «classe proletaria» ossia del PCI (la legislatura «di sinistra» di classe); a favore dei trans e dei finocchi contro gli eterosessuali («nuova sinistra»); a favore di Ceppaloni contro i contribuenti, o dei furbi contro i fessi, le leggi mastelliane. Sono solo alcuni esempi, si potrebbero moltiplicare all’infinito.
Invece, il nordico italiota, appena al potere, che fa? Cerca di superare il meridionale italiota nell’emanazione di leggi «ad personam». Non è solo Berlusconi. Insisto: tutte le leggi italiote, anche (e soprattutto) quelle di Prodi e Visco, sono sempre state ad personam, o «ad Nomismam», ad Goldman, o «ad COOP rosse».
Ci si aspettava un diverso comportamento, più nordico? Togliamocelo dalla testa. La grande tradizione del giure italiota continua. Anzi s’approfondisce, puntando ad ulteriori vette verso il basso. La legge ideale è chiara nella mente (intestinale) del Leghista giuridico: essa è limpida, e laconica.
Per esempio: «Articolo 1: il figlio di Bossi va promosso agli esami, specie se gli esaminatori sono meridionali. Articolo 2: si pubblica la foto del figlio di Bossi per identificazione, onde non venga promosso il figlio di Gheddafi che gli somiglia».
Il colonnello Gheddafi, di recente, ha minacciato di interrompere le forniture petrolifere all’Inghilterra, perchè la polizia di Londra ha arrestato uno dei suoi figli scapestrati e pieni di soldi: ecco i vertici giuridici che il leghismo parlamentare si propone di superare. Decisamente, la somiglianza di Bossi con Gheddafi non è solo fisica: essa implica tutto un livello di civiltà. Le leggi con foto segnaletica sono del resto un ideale ampiamente applicato, o almeno desiderato, a sinistra.
In quella cultura cova un antico ideale. «Articolo 1: Valpreda  è innocente. Articolo 2: il commissario Calabresi è colpevole e se l’è meritata». Oppure: «Gli imprenditori che sono nostri amici hanno diritto a non pagare le tasse; tutti gli altri sono evasori fiscali reazionari punibili ai sensi di legge. Articolo 2: ecco le foto degli uni e degli altri».
Ed Alitalia? Vogliamo parlarne? Iberia si sta fondendo con British Airways. United Airlines licenzia 7 mila dipendenti e lascia a terra - perchè consumano troppo carburante rincarato - tutti i suoi Boeing 737 e 747, ossia 104 velivoli. La Ryanair lascia a terra il 10% della sua flotta, e fa pagare i bagagli a peso. Sas e Qantas, nonché Thai, licenziano e tagliano. Dall’inizio dell’anno, 25 compagnie aeree hanno chiuso.
Quella di Air France per Alitalia era, come dice la pubblicità, un’offerta da prendere al volo. L’ultima pompa di kerosene prima del deserto del Mojave. Palesemente, una cordata di coglioni vogliosi di prendersi il ferrovecchio pieno di sindacalisti, non si sta coagulando: nonostante i favori promessi a strizzatine d’occhio. Cose molto italiote.
Tipo: se il signor Benetton si prende un pezzo del catorcio, gli lasciamo aumentare i pedaggi autostradali. Anche così, niente. I soli disposti ad entrare nella cordata sono quelli che da italioti furbi, sperano di portarci la loro propria compagnia aerea decotta, onde farla salvare a spese nostre. Ma il Salame resta ottimista. Annuncia: la cordata c’è, ma ci vorranno 5 mila esuberi. Cioè 2 mila più dei tagli di Air France. Ma l’ottimismo italiota è senza confini. Ali-taliota.
Qui, il carattere italiotico si mostra nella versione «imperiosa». Il Cavaliere si crede un imprenditore. Ma da 40 anni non fa che «imperare», il che lo esime dall’imparare qualcosa. Ossia dice: voglio andare là, e subito si mobilita la filiale-elicotteri di Mediaset, i piloti sono chiamati al telefono, il carburante è messo nei serbatoi, i piani di volo e tutto in un attimo è pronto. Oppure: facciamo uno spetttacolo così, e tutta Mediaset, da Confalonieri in giù, si danna l’anima per assoldare le veline e i cantanti; decine di autori di testi stanno su la notte per dare forma alla «idea» del Capo, per renderla da scema ad almeno potabile, per trovare battute da rimpinguare l’eterno varietà mediasettista. Uno stuolo di segretarie e direttori di giornali sono lì per trasformare in realtà i suoi desideri. Poi lui, il Salame, chiamerà i risultati «le mie realizzazioni», o «ciò che io so fare nella vita». Ma non sono le sue realizzazioni; sono quelle dei suoi dipendenti, da lui stipendiati.
Il prezzo del kerosene non è alle sue dipendenze. La situazione internazionale delle compagnie aeree è una realtà meno virtuale di Mediaset: lì non basta selezionare qualche velina in più. E non c’è un Craxi che ti para il sedere con le «leggi» necessarie per «farti crescere». E' la dura realtà del mondo reale. Una realtà - quella del trasporto aereo - di cui possiamo essere certi che Berlusconi non sa nulla, ma proprio nulla. Ma ha parlato («Salverò Alitalia, via da Air France»), e centinaia di persone - banchieri e finanzieri - si danno pur da fare per esaudire il suo imperio: ma non ci riescono. E' la dura realtà, che l’imperioso Salame non conosce.
Per fortuna la sinistra italiota non si lascia scoraggiare. Infaticabile, continua a dare il suo contributo alla idiozia. Come di chiamare «fascista» un provvedimento di emergenza sugli «immigrati». Oddio, le leggi d’emergenza su tutto il territorio nazionale! Berlusconi aspira alla dittatura! E' il nuovo Pinochet! Il suo governo reprime i rom e il loro diritto di rubare! Fascismo, fascismo!
Si è capito subito che lo stato di emergenza ha un preciso scopo: requisire qualche vecchio albergo senza le lungaggini delle «leggi italiote», per alloggiarvi un tipo speciale di «immigrati». Perchè gli immigrati non sono tutti la stessa zuppa, come ritiene il profondo pensiero leghista. A volte, quelli che vengono sulle barche a «rubarci il lavoro» vengono da zone di guerra - Sudan, Somalia - e allora si chiamano «profughi». Si chiamano così secondo il diritto internazionale. E per il diritto internazionale, non devono essere alloggiati come capita, in attesa di espulsione. Anzi, bisogna dargli alcuni mezzi di sussitenza, superiori all’assegno di povertà che il nostro Stato italiota dà ai suoi vecchi italioti. Anzi, quando si chiamano profughi, non devono essere mandati al «Paese d’origine». E' vietato dal diritto. Non è quello italiota, ma bisogna obbedirgli.
L’ha capito persino un ministro leghista come Maroni. Ed ha requisito qualche albergo al Nord, solo grazie allo stato di emergenza. E si è sentito la sinistra gridargli: «Fascista! Fascista!». La sinistra di Vlad Luxuria, prossimamente a L’Isola dei Famosi, vuole dare ancora delle lezioni di civiltà. E sbaglia pure il momento e il tema.
Molto istruttivo. Ci ricorda che, alla fine, fatti tutti i conti, la sinistra riesce sempre ad essere peggio.
 
 
7月29日

Il federalismo ci rovinerà

 Maurizio Blondet         28 luglio 2008
 
Ricevo questa lettera:
«Non serve a chi ha gli occhi aperti e guarda la vita di un uomo, non gli episodi e la banalità:
1. E’ stato il primo a denunciare il problema dell’immigrazione incontrollata quando si inneggiava il decreto Martelli negli anni ottanta; ora il problema è esploso, risusciremo a  risolverlo a questo punto?
2. Vorrebbe difendere le tradizioni della sua regione. Perchè un siciliano o un calabrese può dire di essere fiero di essere tale e considerare di essere migliore degli altri in questa o quella cosa e un lombardo no, neanche per scherzo, è un argomento tabù. Se lo fa è un razzista?
3. Denuncia da sempre gli sprechi di Roma e del Sud (mi viene come esempio quello dei forestali calabresi o degli spazzini a Napoli) quando gli altri invece ne convivono apertamente e non se ne fanno un problema, tanto meno si impegnano a risolerli.
Da 26 anni si prende le accuse di essere ignorante, volgare e razzista, ma lui va avanti; dopo 26 anno si sono accorti tutti che l’immigrazione è un problema, che gli sprechi in tempi di crisi riducono i nostri redditi a causa della elevata pressione fiscale.
Ora sta chiedendo con tutte le sue forze il federalismo, una riforma che può permetterci di sopravvivere e responsabilizzare quella parte della popolazione che sopravvive solo grazie ai sussidi di quell’altra.
Spero di non dover aspettare 26 anni; vedrei questa nazione affondare.
Saluti Blondet,
con stima comunque, lei ha le sue opinioni.
Walter»
 
 
Grazie per la stima, Walter. Rispondo:
1. Adesso  Bossi è al governo. Dove non basta «denunciare l’immigrazione incontrollata», ma si ha il dovere, se lo si ritiene giusto, di «controllarla». La cosa è impossibile a Bossi, che non ha alcuna capacità realizzatrice, ed è impossibile in generale, visto che gli stessi piccoli imprenditori del Nord, quelli stessi che votano Lega magari, assumono a manbassa africani, serbi e romeni, di preferenza i clandestini perchè possono farli lavorare in nero. La politica della «denuncia» utopica e in malafede, senza nè volontà nè capacità di arrivare a una soluzione, è demagogia del tipo più basso, l’appello in malafede degli umori incivili italioti. Il dito alzato non è una soluzione, serve solo per eccitare le ridicole tifoserie valligiane.
2. Non ho mai detto che Bossi è un razzista; dico che è un pirla inconcludente e un bauscia parolaio, ossia un tipico «italiota». Quanto alle tradizioni della sua regione, scusi, è anche la mia: io sono nato e cresciuto a Milano, da genitori «nordici», e ci ho lavorato sempre. La «tradizione» di Milano sta nella sua storica apertura, nell’essere stata fin dalla romanità un centro di strade e commerci con Francia, Svizzera ed Austria, e di scambi di idee; ha avuto la prima classe possidente in Italia che ha trasformato le sue tenute agricole in industrie (il baco da seta e le filande, e le risiere); già dall’ottocento ha avuto la grande industria avanzata, in collegamento permanente con le novità dei politecnici tedeschi ed elvetici.
Mi sa dire che cosa c’entra tutto questo con «la Padania», il «rito celtico», l’ampolla sacra del Po, ed altre coglionate da quattro soldi sui prati? Queste sono «tradizioni» da film di serie B, tipo Conan il Barbaro, e del tutto inventate. Per di più, Milano è gravemente peggiorata, in iniziativa e in idee e cultura, in coincidenza con il trionfo del «regionalismo» e con l’andata al potere della Lega; nei comuni di provincia ci sono buoni sindaci leghisti ma, appunto, provinciali: danno il meglio di sè nella dimensione paesana. Milano non era provinciale. Ora lo è.
La Regione prolifera come il cancro sulla società, è quasi la sola attività economica rimasta, tutte le attività private dipendono dalla Regione più o meno direttamente... Milano è diventata, in questo, come una città del Sud, dove appunto gli uffici pubblici sono i massimi datori di lavoro.
Infine: se un individuo siciliano o un calabrese sostengono di essere migliori dei lombardi o dei piemontesi, non me la prendo; ciò indica solo che sono provinciali, di vedute ristrette e non conoscono il mondo. Ora lei vuole che i lombardi diventino parimenti provinciali e ristretti... non vedo il progresso. Come  milanese, mi vergogno di poter essere rappresentato, da Bossi e dai suoi yes-men di strapaese.
Ancora una volta: denunciare «Roma ladrona» è facile, il difficile porre rimedio agli sprechi. Bossi non sa nemmeno da che parte cominciare (per questo offre ai suoi fan qualche soddisfazione, tipo il dito alzato o il gesto dell’ombrello: gli costa poco, è il suo genere). Detronizzare le caste parassitarie, super-difese dai giudici come dai sindacati e dai partiti di sinistra, esige carattere (i famosi coglioni), volontà e organizzazione. E’ una lotta dura, che richiede azioni e non qualche gestaccio - ma la platea lumbard si eccita per i gestacci, sapendo che sono commedia... i fucili, i proiettili e tutto il resto. Nessuna capacità di usarli, del resto. Solo chiacchiere da osteria, fra ubriachi.
E veniamo un attimo al «federalismo»: si è sparsa la illusione, tra i leghisti, che esso consista e si riduca nel fatto che le regioni del Nord potranno tenersi la gran parte delle tasse che pagano e che vanno nel  buco senza fondo del Sud, alle «Regioni» che sono sotto il dominio di mafia, camorra, n’drangheta e Sacra Corona.
Invece, tanto per cominciare, il vero federalismo richiede una profonda riforma - da fare contro gli interessi costituiti e forti dei parassiti - delle Regioni stesse. Le Regioni attuali, non so se se n’è accorto, sono in pratica aziende sanitarie, perchè alla Sanità dedicano il 90% dei loro introiti. Furono i democristo-comunisti dell’epoca a volerle così: costretti dalla Massoneria internazionale (rappresentata in Italia dal Partito repubblicano di Ugo La Malfa) a dare allo Stato un assetto regionale - la Massoneria sta distruggendo gli Stati nazionali che aveva creato, insieme al nazionalismo, per distruggere gli imperi europei - i furbi democristi hanno ingolfato le Regioni di compiti sanitari, con l’idea seguente: gli ospedali e le siringhe le terranno occupate al cento per cento, non avranno tempo di esercitare più ampie autonomie.
Le classi regionali al potere le autonomie se le sono prese, come tutte le burocrazie, «allargandosi»  in compiti  indebiti, «condizionando» la società a poco a poco, rendendola dipendente. Coi risultati che vediamo. Le Regioni sono un disastro e un buco nero della spesa pubblica e della corruzione, si vede da come gestiscono la sanità. Un vero federalismo dovrebbe dunque rifondarle radicalmente, farle divenire piccoli Stati (non s’è mai visto uno Stato costituto essenzialmente da un solo ministero la Sanità): e senza alcuna rete di salvataggio «pubblica» per le malversazioni e gli sprechi.
In California, stante la recessione, il governatore - il vero Conan - ha ridotto le paghe dei 200 mila dipendenti pubblici a 4 euro l’ora: le pare una cosa che si possa fare in Italia, senza una lotta durissima? Ma no, visto che non si riesce nemmeno ad abolire una provincia sola, anzi ne nascono sempre nuove. E lei crede che il Nord potrà cessare i suoi contributi fiscali al Sud ufficiale e malavitoso? Non so cosa si fumi sulle rive celtiche del Po...
Il vero federalismo dovrebbe porsi come primo compito l’otturazione di almeno alcuni dei mille buchi di questo colabrodo che è l’ordinamento statale-regional-provinciale e comunale italiota. L’abolizione delle provincie. L’accorpamento in tre macro-regioni, magari. La Sanità restituita alla nazione, come dice il suo nome falso (servizio sanitario «nazionale», e invece così diverso in Calabria e in Lombardia). E non già la privatizzazione e flessibilizzazione dei pubblici impiegati, anzi il contrario: la privatizzazione dei dirigenti pubblici, ministeriali e regionali, li ha resi dipendenti più di prima dai politici (se non glielo leccano, si sognano il rinnovo del contratto triennale...).
La vera soluzione è la garanzia del posto di lavoro pubblico, ma compensata dalla mobilità (là dove servono, non dove piace a loro) e dalla possibile riduzione degli stipendi  per necessità di bilancio, specie per quelli altissimi. In California si fa; chissà perchè, invece, da noi il modello proposto è non so quale Celtia preistorica o da fiction, mai la California.
Sono solo alcune idee, buttate lì alla rinfusa. Non mi risulta che Bossi e i pensatori della Lega abbiano nemmeno accennato a queste necessarie riforme «federaliste». Nemmeno ad una. Solo l’idea: ci teniamo i soldi, «padroni a casa nostra» e via cazzeggiando.
Guardi, non è che non lo sappiano. Solo che sono ben conscienti che la lotta per il federalismo sarebbe durissima, contro quelle forze che, contrariamente ai baùscia leghisti, i «fucili» e i «proiettili» li hanno eccome (camorra, n’drangteta, per non parlare di Carabinieri e Polizia); che hanno capi di poche parole e parchi di gesti inutili, e tutti gli appoggi politici che contano, e i grumi di interesse da non sfidare. Sfidarli richiede coraggio civile.
Volete capire, voi leghisti, che i sudisti sussidiati non solo la secessione l’hanno già fatta, ma che sono anche i più forti e i più criminalmente decisi a mantenere i loro poteri e i loro (nostri) soldi? Ci vuol altro che il dito alzato. Ma i Bossi e soci lo sanno benissimo.
Guardi la famosa e giusta proposta di prendere le impronte digitali ai bambini Rom: Caritas e Massoneria unite hanno gridato al razzismo, e si sono rimangiati tutto. Anzi, le impronte le devono dare tutti i cittadini onesti (meno i rom). Lo sanno benissimo, di non avere le palle, e che gli urlacci e i gestacci non sono un sostituto delle palle. Sanno che faranno un pasticcio, aggiungendo una concrezione in più ai mostri giuridico-politici che sono le Regioni, il che sboccherà in un aumento generale della spesa pubblica e della tassazione.
Infatti Tremonti sta cercando di metter da parte un tesoretto, dalle dissanguate finanze dello Stato più corrotto e inefficiente d’Europa, per accontentare Bossi: perchè, «il federalismo» dovrebbe ridurre la spesa? Quanto ci costerà alla fine?
La «cultura» della inciviltà e della rozzezza, o il culto della maleducazione, mi creda, non portano a nulla di buono. Solo ad altra inciviltà, altro disordine, altro spreco. Ne abbiamo già abbastanza, grazie.
7月26日

Sale la spesa al senato

 

Al Senato spesa senza freni, quest'anno sale di 12 milioni

Scritto da: Sergio Rizzo - Gian Antonio Stella alle 14:59

Quattro milioni l’anno: tanto il senato avrebbe risparmiato grazie alla riduzione dei gruppi parlamentari. Il calcolo l’aveva fatto l’Ansa, quarantottore dopo le elezioni, citando “fonti parlamentari”. Quattro milioni: sui circa 600 che ogni anno spendiamo per la Camera alta non è una gran cifra. Ma sarebbe stato sempre meglio di niente. Invece di quei quattro piccoli milioni, nel bilancio che il Senato approva oggi, non c’è nemmeno l’ombra. Anzi. Nonostante il numero dei gruppi si sia dimezzato, passando da 11 a sei, e quest’anno ce ne siano stati quindi cinque in meno per otto mesi (la nuova legislatura è iniziata il 23 aprile), spenderemo addirittura 750 mila euro in più. Il conto salirà dai 39 milioni 350 mila euro del 2007 a 40 milioni 100 mila euro: è scritto nero su bianco a pagina 65 del bilancio. L’aumento è dell’1,91%, superiore anche a quell’inflazione programmata che doveva rappresentare il limite invalicabile delle spese. Chiamiamola col suo nome: un’autentica beffa.Eppure ci avevano provato, alla fine dell’anno scorso, a contenere le spese del Senato almeno entro quel tetto. C’era voluta, è vero, la spallata di un emendamento alla Finanziaria presentato da Massimo Villone e Cesare Salvi, due senatori della sinistra rimasti senza seggio al pari dei loro colleghi di schieramento, per costringere l’amministrazione delle Camere, ma anche quella del Quirinale, ad assumere come riferimento l’inflazione programmata e non più, com’era stato fino ad allora, il prodotto interno lordo nominale, che consentiva agli organi costituzionali, in realtà, di fare i furbetti. Tagliare di oltre 5 milioni le previsioni di uscita del Senato per quest’anno, tuttavia, non era stato affatto facile. Ma alla fine il senatore del Pd Gianni Nieddu (non ricandidato dal suo partito) era riuscito a convincere la presidenza di Franco Marini a disdettare un contratto del personale che prevede scatti e automatismi tali da avere spinto le retribuzioni dei dipendenti del Senato a una media di oltre 131 mila euro lordi pro capite, e con un aumento di oltre mille euro al mese in un solo anno. Da quell’intervento dovevano arrivare risparmi per almeno 3 milioni e mezzo di euro, a coronamento di un impegno solenne assunto per iscritto dal consiglio di presidenza del Senato: quello di ridurre in modo significativo l’incidenza del costo del personale sulle spese correnti, che aveva ormai superato il 40%. E la manovra sugli stipendi sarebbe stata appena l’antipasto, seguito da un piatto ancora più sostanzioso: l’innalzamento dell’età minima pensionabile per tutti i dipendenti di Palazzo Madama a 53 anni.

Sappiamo com’è andata. La fine anticipata della legislatura ha mandato in soffitta quel progetto, così chi è entrato al Senato prima del 1998 potrà continuare a ritirarsi dal lavoro anche a 50 anni, infischiandosene di scaloni e scalini. E ha mandato in soffitta anche la disdetta del contratto del personale: lo ha deciso la commissione contenziosa, uno speciale organismo interno, motivando la revoca con un vizio di forma. Il risultato è che la spesa per gli stipendi, invece di diminuire, salirà ancora: dell’1,14%. E non basta. La somma dei costi per il personale in attività e per i pensionati, che beneficiano come i dipendenti degli aumenti retributivi, ha raggiunto il 42,92% delle uscite complessive, contro il 42,74% del 2007 e il 41,52% del 2006. Numeri che hanno indotto i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord) ad ammettere una resa senza condizioni: «Non è stato possibile conseguire l’obiettivo di inversione dell’andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida», hanno scritto nel bilancio. Quest’anno, poi, c’è anche la ciliegina sulla torta dei nuovi vitalizi a 57 parlamentari non rieletti e dei 7 milioni 251 mila euro per pagare gli «assegni di solidarietà» (si chiamano proprio così) ai senatori che hanno perso il posto.Risultato: le spese correnti del Senato raggiungeranno quest’anno 570,6 milioni, 12 milioni 273.500 euro in più rispetto al 2007, con un aumento del 2,20%. Alla faccia di un’inflazione programmata dell’1,7%. Si dirà che il costo della vita è salito molto di più, e comunque nel bilancio c’è l’impegno a non far salire nel 2009 le spese oltre l’1,5% programmato dal Tesoro. Ma questo cambia poco. La sostanza è che le spese continuano ad aumentare, con poche eccezioni. Il costo per i servizi di ristorazione, per esempio cresce dello 0,76% a 2,8 milioni. Quello per le pulizie e il facchinaggio aumenta invece del 6,53%, da 4,3 a 4,6 milioni. La bolletta dell’acqua, poi, non si schioda dai 300 mila euro. Mentre la spesa per «servizi informatici e riproduzione» si incrementa addirittura del 13,44%, raggiungendo 9,3 milioni. E continua anche l’espansione immobiliare. A pagina 44 del progetto di bilancio si parla di una trattativa che sarebbe stata in corso al momento in cui è stata predisposta la prima versione del documento contabile, a fine febbraio 2008, per «l’acquisizione in locazione dell’intero secondo piano di un immobile situato in piazza del Pantheon». Senza peraltro menzionare il costo dell’operazione. Soprattutto, come denuncia Antonio Paravia, che già si era astenuto sui precedenti bilanci, ci sono sempre i soliti problemi di trasparenza: «Il finanziamento dei gruppi, per esempio, non è sufficientemente dettagliato, e non si capisce bene come vengono impiegati i soldi. Il fatto è che i bilanci di Camera e Senato vengono scritti da tre questori, approvati dall’ufficio di presidenza, resi disponibili ai parlamentari quarantotto ore prima di essere portati in assemblea e ratificati dalle aule solitamente semideserte. Il che, per un bilancio come il nostro da 600 milioni, non è proprio un dettaglio». Si tranquillizzi, il senatore del Pdl. Comincioli, Adragna e Franco promettono una «rigorosa gestione delle risorse di bilancio, attenti all’obiettivo prioritario del contenimento della spesa». E se lo dicono loro...

 
 
 
7月25日

Bossi, il terrone del Nord

 
Maurizio Blondet         21 luglio 2008

Un lettore dall’Africa manda la seguente lettera:
«Gentilissimo Direttore, sono, da anni, un lettore assiduo di EFFEDIEFFE, trovo i suoi articoli interessantissimi anche se non concordo, a volte, al 100%. Vivo e lavoro in Africa subsahariana da due decenni, sono medico e docente universitario. Negli ultimi tempi leggo sempre piu’ spesso su questo Bossi che minaccia di prendere i fucili, di fare le marce sui Rom ed ultimo, intollerabile atto, mostrare il dito al nostro Inno Nazionale. Mi chiedo: ma tutto questo non e’ contro la legge? Se si, perche’ nessuno denuncia questo delinquente. Dal punto di vista professionale credo sia un caso psichiatrico molto piu’ che conclamato... se vi mancano letti in psichiatria ve ne riservo uno gratis da me... con moto piacere. E’ finita in una battuta ma la tristezza mi e’ rimasta dentro...
Alberto»
Benchè la sua proposta sia tentatrice - Bossi internato fra psicolabili negri, sarebbe quel che merita - mi permetto di dissentire dalla sua diagnosi, pur non priva di indizi sintomatici.
Bossi non è pazzo, è solo di una rozzezza, maleducazione e ignoranza enormi: in ciò, il perfetto modello dell’italiota o, come direbbe lui, del «terrone»; e difatti è molto votato dai «terroni del Nord», che abitano vallate alpine e subalpine, e nelle cui case non si trova un libro, anche se nel garage hanno un paio di BMW.
In questo, Bossi dà un suo decisivo contributo alla nostra comune inciviltà, quella di chi piscia sui sagrati, di chi graffita i muri e di chi passa col rosso, di chi lascia in strada i preservativi che ha usato in auto con il travestito (una specialità nordica), di chi  brucia la monnezza o fa i blocchi stradali per qualche interesse marginale (e di solito indebito).
Bossi rappresenta un certo tipo di settentrionale, che fu l’oggetto delle macchiette di Tino Scotti: il «baùscia».
In italiano, sta per vanaglorioso, spacca-montagne inconcludente. Spesso il bauscia è un piccolo malavitoso marginale, per palese incapacità di successo: come il personaggio cantato da Giorgio Gaber, («Lo chiamavan drago», i compagni all’osteria) o il «palo della banda dell’Ortica» immortalato da Jannacci.
Tipico del bauscia lombardo è quello di far uscire la sua forza dalla bocca, a forza di parole, «fucili», «pallottole», «federalismo», sono tutte cose che non ci sono e non ci saranno, per incapacità realizzativa. Anche questo non è molto «settentrionale», secondo il mito del nordico laconico, pratico e fattivo. Mito che penso si riferisca agli svedesi, non ai «lumbard» che votano un simile energumeno, oltretutto inefficace.
Il consumare la forza con le parole è un sintomo di anima debole. Tutte le ascetiche, di ogni religione, consigliano infatti il silenzio.
L’ultima uscita di Bossi contro gli insegnanti meridionali è dovuta al fatto che un insegnante di nome Caracciolo ha bocciato suo figlio (quasi certamente un semi-analfabeta come lui), a dire del papà perchè la bestia da lui generata ha presentato «una tesina sul Cattaneo», anzichè su «Sciascia o Pirandello».
Insomma, anche questo molto «terrone»: i figli so’ piezz’e core. E l’interesse privato viene prima di ogni interesse pubblico.
La Lega di governo ha appena cercato di salvare le aziende locali del gas e della luce, chiaro esempio di clientelismo e chiara fonte di mazzette nei comuni leghisti, per il partito. Il che dice tutto sulla superiore onestà dei nordici.
Bossi vuole che gli insegnanti al nord siano solo nati del Nord, perchè i professori «terroni» portano via il lavoro «ai nostri»: ignaro che non ci sono abbastanza laureati al Nord, specialmente nel suo nord valligiano, capaci di coprire i ruoli. Quel nord, da generazioni, manda i figli a lavorare a 14 anni, nella fabbrichetta di famiglia; poi la fabbrichetta viene schiacciata dalla concorrenza internazionale, perchè padri e figli non parlano altra lingua che il bergamasco o il veneto, convinti che la cultura non serva, e che l’ignoranza sgobbona basti a se stessa…
Sì, anch’io voglio il governo del Nord: proporrei l’arruolamento di podestà norvegesi, presidiati da fucilieri lettoni in uniforme SS e da amministratori finlandesi. Gente di poche parole, mi dicono. Ma forse persino dei catalani andrebbero bene, come governanti di questo Paese.