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    November 01

    Le due Italie

    Il Paese è colpito da una grave forma di digital divide. Si sono formati due blocchi. Uno che si informa in Rete, l'altro che viene disinformato dai giornali e dalla televisione.
    In alcuni Stati la Rete è sotto controllo, come gli altri media, e tutti i cittadini sanno la stessa cosa. In altri Stati l'informazione è libera e anche la Rete e i cittadini si informano da entrambi. In UNO Stato: l'Italia, caso unico al mondo, giornali e e televisioni sono controllati e la Rete non ancora.
    Milioni di persone vivono in due realtà diverse, sono separati in casa. Nella stessa famiglia il nonno può credere a Vespa e il nipote mandarlo a fanculo. Non è una situazione sana. Più passa il tempo, più l'incomunicabilità tra le due Italie cresce insieme all'insofferenza reciproca. La Rete ha però due armi dalla sua parte. I giovani che la frequentano (i vecchi moriranno prima di loro) e l'anoressia da pubblicità dei vecchi media. Senza i soldi della pubblicità chiudono. Ed è quello che succederà. Le raccolte pubblicitarie per gli spazi su giornali e televisioni diminuiscono, entro un anno crolleranno. In parte si sposteranno in Rete, uno spazio che non si gestisce con le balle. Loro lo sanno. E sono nervosi.
    Confalonieri mi ha citato di fronte a giornalisti economici a proposito dell'OPA su Mediaset. Lo rassicuro, non è ancora il momento di comprare. Io compro le azioni solo se precipitano. Ne riparliamo quando il titolo di Mediaset, un'azienda che in sostanza vende pubblicità, sarà sotto un euro. Nel frattempo faccio un appello ai navigatori (non ai naviganti): aiutate Confalonieri. Non pubblicate spezzoni di programmi Mediaset su Youtube. E' illegale. Lo ha detto Fidel. Noi siamo per il rispetto della legalità e per la cancellazione di ogni programma Mediaset inserito abusivamente in Rete.. Non inquiniamo i media, belin.
    Tre gruppi editoriali hanno il controllo dell'informazione sulla carta stampata: RCS (Corriere della Sera), controllato da ABI e Confindustria, Mondadori, il gruppo dello psiconano e l'Espresso di De Benedetti, prossimo rifugiato svizzero e paladino di Topo Gigio.
    Titoli - perdita da inizio anno:
    - RCS - 54,84
    - Gruppo l'Espresso - 60,97
    - Mondadori - 51,78
    Siamo sulla buona strada. Dove non potè la politica, potrà l'economia.
     
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    Oggi a Bologna, secondo la stampa di regime (quindi quasi tutta) sono stato oggetto di violente contestazioni.
    Il video dei ragazzi del Meet Up che erano con me fa luce sugli insulti e le percosse che ho ricevuto. Belin, se a Bologna mi trattano così ci vado a ad abitare per sempre. Loro non molleranno mai, noi neppure.
     
     
     
     
    September 18

    La politica delle puttane

    Riporto il testo dell'intervento di Marco Travaglio:

    "Buongiorno a tutti.
    Questo "Passaparola" è dedicato ad Abdul, aveva 19 anni, era cittadino italiano ma era nato nel Burkina Faso.
    Era a Milano con la sua famiglia. L'hanno massacrato di botte gridandogli "muori sporco negro" alcuni italioti padani, due giorni fa, sospettandolo di aver rubato alcuni biscotti in un bar.
    Non mi pare di aver sentito nessuno invocare sicurezza: di solito quando si verifica un delitto a parti invertite si invoca sicurezza, tolleranza zero, rastrellamenti in certi ambienti. Ecco, qui bisognerebbe fare rastrellamenti in certi ambienti italioti di razza ariana, di pelle bianca, ma evidentemente la sindaca Moratti è una donna fortunata. Pensate se le fosse accaduto il contrario, se fosse accaduto che un cittadino di pelle nera anche se italiano anzichè essere ammazzato avesse ammazzato lui. A quest'ora avremmo le televisioni e i giornali che strepitano all'unanimità sul problema sicurezza, invece della sicurezza di Abdul che ha avuto la sicurezza di morire ammazzato al grido di "sporco negro" non ci sono esternazioni né da destra né da sinistra.
    Chiusa la parentesi, è proprio di sicurezza che volevo parlare perchè questa è stata un'altra grande settimana.
    Abbiamo questi ministri che si danno il turno, quindi ne viene fuori uno alla settimana con delle idee meravigliose. Abbiamo questa signora, la Mara Carfagna, che insospettatamente è ministro delle pari opportunità. Se voi la vedete ha questi occhi sgranati fissi, tipo paresi, che denotano lo stupore con cui essa stessa ha accolto la notizia di essere diventata ministro e le è rimasta stampata in faccia.
    Non riesce più a levarsi quest'espressione stupefatta: "Ma come? Io ministro?". Hanno tutti gli occhi di fuori, anche Angelino, anche Bondi, Calderoli.
    Nessuno avrebbe scommesso una cicca su se stesso ma, guardate, ce l'hanno fatta ma non riescono più a ritornare a un'espressione normale.
    Bene, questa ministra Carfagna, di cui non si è mai capito a cosa serva anche se qualcuno qualche idea se l'è fatta soprattutto vedendo certi calendari, l'altro giorno ci ha fatto sapere che le fanno orrore le donne che usano il loro corpo per scopi commerciali. Sta parlando una signora che compare da anni negli abitacoli di tutti i TIR dei camionisti d'Italia. Evidentemente ha un concetto un po' curioso della mercificazione, un po' selettivo.
    Ce l'aveva, naturalmente, con le prostitute ma solo con quelle che si prostituiscono per la strada; le altre no, le altre vanno bene perchè l'importante è nascondere.
    Questo è il governo che nasconde, per cui se una cosa non si vede non c'è. Se lo fai in casa va bene, se lo fai per strada non va bene. Ha stabilito questa distinzione, superata la legge Merlin: chi si prostituisce in casa ok, chi si prostituisce per strada, galera.
    Galera, ripeto, è quello che ci hanno raccontato i giornali: ho qui una selezione di titoli dei giornali, perchè il sistema adesso ve lo descrivo ma vediamo prima i titoli.
    "In carcere i clienti delle lucciole", La Stampa.
    "Stop alla prostituzione: manette ai clienti", in strada crea allarme sociale, dice la Carfagna.
    Ne ho altri, eh. Perchè tutti i giornali se la sono bevuta, tutti dal primo all'ultimo. Carcere, carcere, carcere.
    "Pene più severe per lucciole e clienti, sino a 12 anni a chi sfrutta i minori", Il Giornale.
    Potremmo continuare, vediamo se ne trovo ancora uno per farvi vedere che se la sono bevuta proprio tutti dal primo all'ultimo.
    "Carcere per i clienti, carcere per le prostitute, retate". Avremo quanti nuovi detenuti?
    E chi glielo dice al ministro Alfano che soltanto la settimana scorsa era terrorizzato per i dati delle carceri e prometteva gingilli tipo braccialetti elettronici, espulsioni dei condannati e altre amenità che, abbiamo già spiegato, non funzionano? Una settimana si lancia l'allarme per il sovraffollamento delle carceri, la settimana dopo si annuncia: "Carcere per i clienti e per le prostitute".
    Non sono pochi, perchè le prostitute per strada in Italia si calcola che siano circa 70-100.000, ciascuna avrà una buona clientela. Vogliamo dire che ciascuna ha in media dieci clienti? Bene, vuol dire che potremmo, se fossimo efficienti e li arrestassimo tutti, arrivare ad arrestare un milione di persone. Ma se fossimo inefficienti e arrivassimo ad arrestare, per dire, il 10%, potremmo arrestare centomila persone?
    Lo sanno, questi signori, che noi abbiamo posti nelle celle per 45.000 persone e sono tutti strapiene, tant'è che nelle carceri ce ne sono 20.000 di più? E dove pensano di metterli questi?
    Negli stadi, come ha proposto Matarrese per gli ultrà? Seguendo la linea Pinochet che aveva scoperto gli stadi come contenitori di detenuti politici, naturalmente già diversi anni fa.
    Ecco, noi siamo in mano a questi dilettanti allo sbaraglio, a questi squinternati, a questi decerebrati che fanno annunci, tanto loro lo sanno che gli annunci non saranno seguiti da nulla ma che i giornali abboccheranno come tonni, le televisioni rilanceranno, i cittadini - non essendo dei tecnici dell'argomento - non riescono a capire che è tutto finto e quindi si comincia a discutere dell'arresto della prostituta sotto casa, dell'arresto del cliente e in realtà non verrà mai arrestato nessuno. Almeno questa norma di celle sovraffollate non ne produrrà più di quanto già non lo siano.
    Il bello è che proprio funziona così. E' come la pubblicità più deteriore: la pubblicità ti convince che una cosa esiste, tu ti convinci a convivere con quella cosa che ti hanno detto esistere, poi un giorno con comodo qualcuno ti dice "Sveglia, Babbo Natale non esiste, i bambini non li portano le cicogne!". Questo è il governo dei Babbi Natale, delle cicogne, del bambino sotto il cavolo. Annunci impossibili da smentire contornati da applausi e discussioni che fanno in modo che la gente pensi che veramente all'annuncio seguirà qualcosa.
    Vediamo perchè. Poi vi faccio degli altri esempi perchè questo riguarda molto come noi riceviamo le notizie. Noi le riceviamo come se fossero vere, quindi ci sono molti che ci credono: se han detto che arrestano le prostitute e i clienti, arresteranno le prostitute e i clienti.
    Manco per sogno.
    Chi esercita la prostituzione o ne usufruisce per strada, rischia una pena da cinque a quindici giorni di arresto e una multa da 200 a 3.000 euro.
    Domanda: finiranno dunque in carcere le prostitute e i loro clienti sorpresi a contrattare sul marciapiede, almeno cinque giorni - minimo - o quindici giorni - massimo -?
    Ma nemmeno per sogno. Anche se il giudice ti applica la maggiore, quindici giorni di arresto, tu quindici giorni non li fai. Questa è la pena che ti arriverà alla fine del processo, che di solito dura 7-8 anni in Italia, e che fino a due anni è coperta dalla condizionale, se supera i due anni e arriva a tre, non si sconta in carcere ma per lo più ai servizi sociali.
    Come abbiamo già ripetuto milioni di volte, per avere speranze di finire in carcere bisogna superare tre anni di pena, sotto è impossibile andarci.
    Figuratevi quante condanne per prostituzione in strada alle prostitute e ai clienti si devono totalizzare perchè uno di questi vada a finire dentro! Se deve arrivare almeno a tre anni e la pena massima è di quindici giorni, ammesso e non concesso che il giudice ti dia sempre il massimo della pena, dovrai totalizzare 24 condanne per avere un anno, 48 per avere due anni, 72 condanne per avere 3 anni, 73 per superare i tre anni e andare in galera per quindici giorni.
    Sempre che il giudice ti dia sempre il massimo della pena, sempre che non scatti la prescrizione - che è rapidissima, scatta nel giro di tre anni e quindi è impossibile fare un processo per tre gradi di giudizio.
    Ma soprattutto sempre ammesso che tu confessi, ed è raro trovare degli imputati che quando vanno davanti al giudice che gli chiede "lei confessa?" gli dicono "si, si, sono colpevole!".
    Quindi, se l'imputato non confessa, se scatta la prescrizione o se il processo dura troppo a lungo la speranza di finire in galera per questi reati è assolutamente zero. Bisogna essere volontari per farsi prendere, condannare e totalizzare un numero sufficiente di anni per andare in prigione.
    Anche perchè questo reato è a prova impossibile. Punisce il cliente e la prostituta che contrattano in strada, perchè se li sorprende mentre compiono atti sessuali in una macchina o dietro un cespuglio, quelli sono atti osceni in luogo pubblico e sono già puniti.
    Questo è il nuovo reato che punisce la contrattazione del sesso a pagamento.
    Ma se io porto davanti al giudice un uomo e una donna che in una certa zona, vestita in un certo modo la donna, con un certo atteggiamento l'uomo, stavano parlottando fra di loro con l'auto a motore acceso, il giudice chiederà alla signora: "lei stava contrattando sesso con il signore?" "Assolutamente no! Passavo di li per caso e ci facevamo due chiacchiere".
    "Ma era vestita col reggicalze..." "Ma io mi vesto così, mica è vietato dalla legge". Assolta.
    Quanto al signore: "Ma lei stava contrattando sesso con la signora?" "Io??? Ma io stavo chiedendo un'informazione stradale, l'ho incontrata sul marciapiede, ho fermato la macchina, non sapevo dove andare..."
    A questo punto il giudice potrà ridergli in faccia, gli dirà "lo vada a raccontare a sua sorella" e l'altro, col suo avvocato, gli farà notare: "guardi, l'onere della prova è suo, non mio. E' lei che deve dimostrare che stavo parlando di sesso a pagamento, non io che devo dimostrare che non ne stavo parlando". Quindi verrà assolto anche lui.
    Il risultato quale sarà? Che i processi saranno totalmente inutili perchè saranno quasi tutti assolti e anche in caso rarissimo di condanna non ci saranno conseguenze né carcere per nessuno.
    Il risultato, però, sarà che nel processo pubblico il cliente verrà sputtanato, avrà l'immagine, la famiglia, la reputazione rovinata per aver fatto poi che cosa?
    E i giudici dovranno celebrare migliaia di processi già sapendo che saranno inutili, ma li dovranno celebrare lo stesso.
    Le indagini di un pubblico ministero, l'udienza preliminare davanti a un GIP, il processo in tribunale davanti a un giudice monocratico e siamo già a tre giudici impegnati e solo al primo grado.
    Poi abbiamo la Corte d'Appello dove ci sono un procuratore generale e tre giudici, poi abbiamo la Cassazione dove ci sono un procuratore generale e cinque giudici.
    Avremo tredici magistrati impegnati per ogni cliente di ogni prostituta e per ogni prostituta che verranno sorpresi in atteggiamenti equivoci per la strada.
    Voi vi rendete conto che siamo di fronte a un branco di decerebrati? Perchè soltanto un branco di decerebrati o di delinquenti, fate voi, o di decerebrati delinquenti, o di decerebrati più delinquenti, può fare una legge che va a intasare con migliaia di nuovi processi un sistema giudiziario già completamente all'esaurimento.
    Sarebbe come prendere il passante di Mestre nell'ora di punta e decidere di sveltire la circolazione immettendo migliaia di nuove automobili. La stessa cosa.
    Esplode il passante di Mestre, esplode la giustizia, infatti non si riuscirà più a fare i processi per i reati seri, perchè bisognerà andare a rincorrere i clienti e le prostitute.
    Questo è una costante: la politica dell'annuncio, senza possibilità di smentire quell'annuncio che è falso, anzi finto - meglio - consente al governo di continuare a fare annunci, di continuare a migliorare la sua immagine e la sua popolarità perchè la gente ci crede e poi tanto chi va a controllare se a quegli annunci è seguito qualcosa?
    Controllando l'informazione, coloro che dovrebbero andare a verificare cosa succede dopo... ci si garantisce che nessuno controllerà cosa succede dopo.
    Come si dice a Napoli: non è scomparsa la monnezza, sono scomparsi i giornalisti, sono scomparse le telecamere. La monnezza non può sparire, nulla si crea e nulla si distrugge.
    Se non si ripristina il ciclo completo dei rifiuti la monnezza è nascosta, non sparita. Dov'è nascosta? Bisognerebbe cercarla e chi deve cercarla è un dipendente del Presidente del Consiglio, per i 9/10, oppure ha paura di lui, l'altro 1/10.
    Figuratevi se qualcuno andrà a verificare quante prostitute e quanti clienti sono stati arrestati dopo che è passata questa menata della ministra da calendario.
    Avete sentito quest'estate quanti annunci.
    Quanti sindaci, quante ordinanze dopo che il governo ha dotato dei superpoteri questi superman muniti di kriptonite che abbiamo nei palazzi civici, i quali hanno cominciato a emettere meravigliose ordinanze, vietando di dare da mangiare ai piccioni, vietando di portare le ciabatte perchè fanno rumore, di usare il tagliaerba.
    A Novara hanno vietato addirittura di riunirsi in più di tre nei parchi pubblici a una certa ora. Hanno ripristinato il coprifuoco.
    Abbiamo anche molti sindaci che, in base a una direttiva nazionale del ministro Maroni, hanno deciso di multare gli accattoni. Suona bene, se uno non ci pensa.
    Multare gli accattoni. Arrestare le prostitute.
    Multare gli accattoni.
    Poi uno ci pensa... cioè spegne la TV se no non riesce a pensarci, nessuno glielo fa notare... uno perchè fa l'accattone? Perchè non ha una lira. che senso ha multare un accattone? Come la pagherà la multa? E' un accattone...
    Se chiede l'elemosina non ha una lira, e allora come fa a pagare la multa?
    La multa al miserabile, al poveraccio è esattamente come evirare un eunuco, come accecare un non vedente, come assordare un sordo, come vietare di parlare a un muto.
    Voi vi rendete conto che siamo in mano a un branco di delinquenti, decerebrati, bravissimi nella propaganda e nello spot che riescono persino a fare in modo che la gente non si metta a ridere quando minacciano di multare un accattone.
    Ed è tutto così: abbiamo già dedicato un Passaparola, per chi è interessato e non se lo ricorda c'è il DVD sul blog di Beppe, ma abbiamo già raccontato come abbiano fatto credere che è stato istituito il reato di clandestinità mentre non è vero.
    Hanno istituito il reato di ingresso clandestino in Italia che punisce quelli sfigati che vengono sorpresi nell'istante in cui entrano in Italia, casi rarissimi. E tutti a dire "Oddio! Abbiamo centinaia di migliaia di badanti che rischiano l'arresto!".
    Ma quando mai? E' reato da oggi in poi, per tutti quelli che erano già qua prima non si può fare niente.
    Questa è la differenza tra reato di clandestinità e reato di ingresso clandestino. Hanno fatto il secondo ben sapendo che non avrebbe prodotto niente perchè se avessero istituito il reato di clandestinità veramente avrebbero dovuto arrestare tutti gli immigrati già presenti in Italia senza il permesso, che lavorano magari, e non avrebbero saputo dove metterli salvo, appunto, aprire gli stati alla Pinochet.
    Altro annuncio che ha avuto effetto mediatico e non ha prodotto nessuna conseguenza concreta anche perchè i giornali e le televisioni sono fatti apposta per rilanciare questi annunci.
    Invece di andare a vedere il vero problema, cioè: la legge funziona? Ci promettono che la legge produrrà questo effetto: davvero riuscirà a produrre questo effetto? No, questo è troppo seria come impostazione.
    Di solito i giornali e le televisioni si dedicano al dibattito pro e contro: è giusto arrestare le prostitute e i loro clienti?
    E allora vip, sottovip, frequentatori di bordelli, puttanieri, ex puttanieri, aspiranti puttanieri che intervengono dicendo: "ah io ci ho provato, la puttana serve." "Ah io c'ho provato, serviva ma adesso non va più bene" "No, non è il caso" "Sì è il caso".
    E nessuno che va a vedere, in concreto, se la legge funziona o non funziona.
    Qualche anno fa, già ferveva il dibattito sul reato di clandestinità. C'era chi diceva "facciamolo", c'era chi diceva di no.
    Nessuno ha il coraggio di farlo perchè, appunto, si dovrebbero arrestarne a centinaia di migliaia e allora cosa fecero? La Turco-Napolitano e poi la Bossi-FIni, che in quello erano praticamente identiche, decisero di punire non chi era in Italia senza documenti ma chi, in Italia, non esibiva il documento quando veniva fermato dalla Polizia.
    Il reato era mancata esibizione del documento di identità senza giustificato motivo.
    Che cosa succedeva? Che i giudici si vedevano portare migliaia di immigrati che non avevano esibito il documento di identità al poliziotto che li aveva fermati o al Carabiniere.
    Perchè? Perchè era obbligatorio arrestarli, era un reato ad arresto obbligatorio.
    Solo che era esattamente come il reato di prostituzione per strada: un reato a prova impossibile, quindi ad assoluzione obbligatoria.
    Il giudice lo interrogava e diceva: "ma lei non ha esibito il documento", quello diceva "si", dice: "perchè? Aveva un giustificato motivo?", "Sì".
    "E qual era il giustificato motivo per cui lei non ha esibito il documento?"
    "Non ho il documento"
    Vi sembra un motivo giustificato o no, per uno che non esibisce il documento, il fatto di non avere un documento?
    Certo che è un giustificato motivo! Quindi, secondo una corrente giurisprudenziale tutt'altro che avventata, venivano tutti assolti fino a quando è venuta la Cassazione a mettere ordine in una questione che non riguardava giudici buonisti che assolvevano gli immigrati, ma politici decerebrati che scrivono le leggi coi piedi e poi si meravigliano se non funzionano o i giudici non riescono ad applicarle.
    Ecco per quale motivo noi continuiamo a sentir parlare di sicurezza da quando avevamo i pantaloni corti e non vediamo mai uno straccio di sicurezza.
    Perchè la sicurezza non ce la possono dare per le ragioni che abbiamo spiegato altre volte: noi saremo sicuri quando Berlusconi e la casta degli impuniti non saranno più sicuri.
    E loro, a loro volta, per essere sicuri coi loro reati impuniti non possono far funzionare la giustizia che darebbe sicurezza a noi.
    E allora vai con gli spot.
    L'unico modo per smontare questo circolo vizioso che produce popolarità a un governo che non ne combina una giusta, è quello di passare parola.
    Quindi passate parola!
    Ci vediamo lunedì!"

     

     

     
    September 15

    Alitalia: una commedia italiana

     

    Testo dell'intervento di Marco Travaglio a Passaparola.

    "Buongiorno a tutti, riprendiamo il nostro appuntamento settimanale dopo le vacanze. Spero che vi siate riposati, tutti o quasi tutti, perché quest'anno ci sarà molto da fare. Forse avete visto sul blog di Beppe Grillo che abbiamo raccolto le prime dieci puntate di "Passaparola" in un DVD: chi fosse interessato trova le istruzioni per procurarselo.
    La notizia di oggi è che l'operazione Alitalia è un grandissimo successo per il governo. Chi l'ha detto? Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che si loda e si imbroda da solo, anche perché dagli esperti ha ricevuto soltanto pernacchie e critiche, per non parlare della stampa e di tutti operazioni internazionali che si misurano sul libero mercato e non sull'italietta autarchica che sta ritornando insieme ai rigurgiti di fascismo giustamente denunciati da Famiglia Cristiana. Non si capisce bene che cosa stia festeggiando questo signore visto che negli utlimi quindici anni è stato Presidente del Consiglio per circa sette, cioè la metà: in questi quindici anni, Alitalia ha perso quindi miliardi di euro di soldi nostri, quindi la metà dei soldi persi è colpa sua, dei suoi governi, e l'altra metà è colpa dei governi di centrosinistra perché la politica ha sempre tenuto le mani su Alitalia e, come vedremo, continuerà a tenercele anche dopo averla fatta fallire innumerevoli volte.
    Prodi e Padoa Schioppa, una delle poche cose buone fatte dal governo di centrosinistra, avevano trovato la quadra: erano riusciti a convincere AirFrance a rilevare tutto. Il che avrebbe comportato niente fallimento, niente ricorso alla legge Marzano sulle aziende decotte, nascita di un polo europeo molto grosso, avrebbe compreso AirFrance, KLM e Alitalia, che si sarebbe potuto misurare sui mercati internazionali dove ormai le compagnie aeree sono grandi, consorziate, fondate su alleanze tra più Paesi. Ce la saremmo cava con 2150 esuberi: questo era il piano che era stato presentato da Messieur Spinetta, e così sarebbe stato se si fosse chiusa la trattativa con i francesi subito, all'inizio della primavera, mentre adesso ne avremo 6-7000, di esuberi, cioè il triplo. L'AirFrance avrebbe pagato un miliardo e settecento milioni per comprarsi le azioni dell'Alitalia e avrebbe investito 750 milioni, in pratica avrebbe sborsato e ci sarebbero arrivati dalla Francia la bellezza di due miliardi e seicento milioni. Ora vedremo che, invece, quei soldi glieli diamo noi. Non solo non li incassiamo, ma li perdiamo. In più sarebbe stata salvata e ristrutturata Malpensa e sarebbe stato potenziato l'aeroporto di Fiumicino. Questo, in sintesi, era ciò che era stato concordato tra il governo Prodi e l'AirFrance e che è saltato perché sono arrivati Berlusconi e suoi lanzichenecchi e perché i sindacati, completamente accecati dal breve periodo, non hanno saputo scegliere tra un piccolo sacrificio oggi e un enorme dissanguamento domani, quello che invece avremo.
    Cosa non va in questo nuovo piano che è stato chiamato "Fenice", perché pare quasi l'araba Fenice che risorge dalle sue ceneri - è un truffa naturalmente: sono abilissimi a chiamare le cose con un nome diverso da quello reale per nascondere la realtà -? L'Alitalia viene divisa in due società. La Bad Company, la discarica, rimane a noi, allo Stato, con tutti i debiti. E' una società che contiene debiti. La Good Company, invece, è quella meravigliosa, profumata, balsamica. Quella va ai privati, sedici privati, scelti privatamente con trattativa privata da Berlusconi e dai suoi uomini, che hanno ottime armi per chiedere piccoli favori agli imprenditori in vista di restituirli in grande stile, come vedremo, con vari conflitti di interessi. Quindi noi ci teniamo i debiti e quel poco che vale di Alitalia lo regaliamo ai privati che fanno anche la figura dei salvatori della Patria, dei Cavalieri Bianchi.
    La Bad Company, affidata a uno che si chiama Fantozzi perchè si capisca bene qual è il problema, è dunque piena di buchi e li ripianeremo noi. I conti pubblici verranno ulteriormente sfasciati, saranno più in rosso che mai e noi pagheremo progressivamente una "tassa Alitalia" anche se non la chiameranno così, ce la nasconderanno sotto qualche voce strana. Anche perchè Alitalia viene incorporata ad AirOne che a sua volta è piena di buchi. Oltre a non incassare, spenderemo, probabilmente, intorno al miliardo di euro - un terzo dei tagli alla scuola decisi da questo governo - e in più avremo 6-7000 persone per la strada che verranno messe in cassa integrazione a zero ore, avranno vari scivoli, ovviamente pagati con la cassa integrazione sempre con soldi nostri, e alla fine qualcuno verrà licenziato e - questi sono liberisti - vogliono infilare del personale in esubero nelle Poste. Un mese fa ci avevano detto che le Poste sono sovradimensionate e devono ridurre il personale, adesso ci raccontano che il personale delle Poste aumenterà perché arriveranno gli steward, le hostess, forse qualche pilota. Verranno travestiti da postini così risolveremo il problema. Naturalmente pagheremo noi.
    La Good Company, quella buona che viene regalata ai privati nell'ambito della famosa usanza tutta italiana di privatizzare gli utili e statalizzare le perdite, è formata da sedici grandi e lungimiranti capitani coraggiosi che, tutti insieme, sono riusciti a mettere da parte la miseria di un miliardo di euro; che non basta, naturalmente, a rilanciare Alitalia. Basti pensare che il prestito ponte, fatto ad aprile dal governo Prodi morente su richiesta del nascente governo Berlusconi, era di 300 milioni e l'Alitalia in tre mesi se li è mangiati. Dove prenderanno questi soldi? Mica li tirano fuori dalle loro tasche: in gran parte arriveranno dalle banche che sono molto coinvolte, come vedremo, in questa cordata. Taglieranno tutto il tagliabile, ridurranno le rotte internazionali, squalificheranno ulteriormente Fiumicino, Malpensa resterà al palo con Bossi, la Moratti e Formigoni che ululeranno alla Luna: mentre prima se la prendevano col governo di centrosinistra adesso gli sarà un po' più difficile prendersela con il loro. In compenso abbiamo una caterva, un groviglio, una giungla di conflitti di interessi perché non c'è solo quello di Berlusconi. Il conflitto di interessi, non risolto da nessuno quando ce l'aveva soltanto lui, adesso è diventato un'epidemia e ce l'hanno in tanti.
    Primo conflitto di interessi: abbiamo Carlo Toto, proprietario dell'AirOne, che con 450 milioni di debiti riesce a piazzare il colpo della vita. L'AirOne viene incorporata all'Alitalia, intanto il nipote Daniele è stato candidato ed eletto nel Popolo della Libertà. E' li a vigilare, evidentemente. Abbiamo tre soggetti che sono impegnati in opere pubbliche e sono addirittura pubblici concessionari dello Stato. Lo Stato, in questo conflitto di interessi, li ha convocati facendogli sapere che era bene per loro se aderivano all'appello del Presidente del Consiglio. Sono Salvatore Ligresti, noto immobiliarista, assicuratore, palazzinaro, pregiudicato per Tangentopoli. Marcellino Gavio, un altro che ai tempi di Di Pietro entrava e usciva dalla galera. L'ottimo Marco Tronchetti Provera che dopo aver ridotto come ha ridotto la Telecom è anche lui nel settore immobiliare. In più abbiamo la famiglia Benetton, l'apoteosi del conflitto di interessi perchè è pubblico concessionario per le Autostrade, è gestore, dopo averlo costruito, dell'aeroporto di Fiumicino, e in futuro sarà uno dei proprietari di Alitalia. Come gestore di Fiumicino deciderà lui quali tariffe far pagare all'Alitalia per usare Fiumicino. Tutto in famiglia.
    Gli immobiliaristi di cui sopra, e di cui anche sotto come vedremo, sono tutti molto interessati a una colata di miliardi che sta arrivando su Milano e la Lombardia per l'Expo. L'Expo prevedere 16 miliardi freschi per pagare nuove infrastrutture, costruzioni, palazzi, due autostrade, due metropolitane, una tangenziale, una stazione, ferrovie, ecc... indovinate chi si accaparrerà questi lavori? Esattamente coloro che hanno fatto i bravi e hanno accolto l'appello del governo.
    Poi abbiamo Francesco Bellavista Caltagirone che con l'ATA ha delle mire su Linate. Abbiamo Emilio Riva, un acciaiere eccezionale supporter di Berlusconi. E abbiamo l'ottima famiglia Marcegaglia: non solo c'è la Emma, che è un'ottima valletta di Berlusconi, che cinge con il suo braccio nelle riunioni di Confindustria come se fosse una Carfagna o una Brambilla qualsiasi, ma abbiamo anche la sua famiglia, il gruppo imprenditoriale Marcegaglia, famoso per condanne e patteggiamenti assortiti da parte del padre e del fratello della signora. Che è presidente di Confindustria, tra l'altro, e quindi tratta per conto di tutti gli industriali con il governo e privatamente si è infilata in questa meravigliosa avventura.
    Abbiamo la banca Intesta dell'ottimo banchiere Passera, banchiere di centrosinistra che si è messo subito a vento, e che fungerà con il conflitto di interessi: prima ha fatto l'advisor per trovare la soluzione per Alitalia e poi è entrata nella compagine azionaria della nuova Alitalia, la Good Company.
    Abbiamo i fratelli Fratini che sono, anche loro, immobiliaristi toscani, magari interessati a mettere un piedino a Milano in occasione dell'Expo, per prendere la loro fettina di torta.
    Abbiamo un certo Davide Maccagnani che è molto interessante: Alberto Statera su Repubblica ha raccontato chi è, uno che produceva missili per testate nucleari e adesso si è riconvertito all'immobiliare. Si presume che avrà anche lui le sue contropartite sotto forma di terreni.
    In realtà gli interessi stanno a terra anche se Alitalia dovrebbe volare.
    Poi, dulcis in fundo, il presidente dei sedici campioni del Tricolore, che è Roberto Colaninno, che già ha dei meriti storici per avere riempito di debiti, comprandola a debito, la Telecom ai tempi della Merchant Bank D'Alema & C. a Palazzo Chigi, e adesso si propone anche lui per il suo bel conflitto di interessi familiare in quanto suo figlio, Matteo, è ministro ombra dell'industria del Partito Democratico. Così ombra che non ha praticamente proferito verbo di fronte a questo scandalo nazionale perché prima era contrario, naturalmente alla soluzione Berlusconi, poi è arrivato papà. Come si dice "i figli so' piezz 'e core", ma pure i padri! Ha detto "sono un po' in imbarazzo", poi il giorno dopo ha detto "no, non sono per niente in imbarazzo". Insomma, non ha detto niente e soprattutto continua a rimanere ministro molto ombra, diciamo ministro fantasma, dell'industria del Partito Democratico.
    Fatto interessante: qualche anno fa furono condannati in primo grado per bancarotta nel crack del Bagaglino Italcase, una brutta e sporca faccenda immobiliare, alcuni big dell'industria e della finanzia italiana come il banchiere Geronzi, Marcegaglia papà - il papà della valletta - e Colaninno Roberto - papà del ministro fantasma. Bene, tutti e tre a vario titolo sono impegnati, dopo la condanna in primo grado, in questa meravigliosa avventura, perché anche Mediobanca si sia mossa dietro le quinte poiché Geronzi sta per diventare il padrone unico della finanza italiana eliminando anche quei pochi controlli che venivano dalla gestione duale della banca che fu di Cuccia. Insomma, questo è il quadro. E' interessante perché probabilmente sono state violate una mezza dozzina di leggi, d'altra parte non ci sarebbe Berlusconi se fossimo tutti in regola con la legge.
    Intanto la legge del mercato: vengono addirittura sospese le regole dell'Antitrust e i poteri del garante dell'antitrust perché bisogna dare tempo di consumare tutti questi conflitti di interessi e queste occupazioni del libero mercato. Intanto, il matrimonio Alitalia-AirOne che sgomina qualsiasi concorrenza in Italia soprattutto sulla tratta Milano-Roma. Sarà gestita in monopolio da questa nuova Good Company dove c'è dentro Toto e l'Alitalia. Non ci sarà concorrenza, non si potrebbe e allora si sospendono le regole. Che sarà mai, una più una meno... un piccolo lodo Alfano per la nuova Alitalia non si nega a nessuno. La concorrenza va a farsi benedire: i prezzi quindi li fisserà il monopolista quindi non ci sarà possibilità di gare al ribasso. La condizione che ci era stata imposta dalla Commissione Europea, dal governo europeo, per autorizzare il famoso prestito ponte che ha consentito all'Alitalia di fumarsi quegli ultimi 300 milioni di euro, era che l'Alitalia per un anno non si espandesse, restasse esattamente così com'era. Con questo accordo viene violata quella condizione perché Alitalia si mangia AirOne e quindi si espande, altroché! Ben prima di quell'anno che era stato imposto dalla Commissione Europea che quindi, se le parole e gli accordi hanno ancora un senso, dovrebbe condannarci e vietarci questa operazione.
    In più viene cambiata un'altra legge italia, la legge Marzano sulle imprese decotte, che dovrà essere modificata perché questi capitani coraggiosi mica entrano in Alitalia rischiand qualcosa: non rischiano niente! Vogliono mettersi preventivamente al riparo dal rischio che qualche creditore o dipendente della vecchia Alitalia si rivalga sulla nuova, cioè chieda loro di sobbarcarsi qualche rischio. Verranno tutelati in tutto e per tutto, saranno inattaccabili, anche loro anche uno scudo spaziale, il loro piccolo Lodo Alfano per cui se qualcuno gli chiede qualcosa fanno finta di niente, dicono "io non so chi sei, mi trovo qua per caso". Nessun rischio di revocatoria o di rivalsa da parte dei creditori e dipendenti. E dove andranno a rivalersi? Naturalmente dalla Bad Company, quella decotta, quella nostra, dello Stato: pagheremo tutto noi. Per cambiare gli ammortizzatori sociali, altra deroga alla legge Marzano perché ci sarà bisogno di risorse per queste 6-7000 persone che finiranno per la strada o alle Poste, come ci è stato raccontato spiritosamente, in quanto non siamo attrezzati per far fronte a questa fiumana di lavoratori in uscita. In più, il governo promette di detassare le aziende che assumono ex dipendenti dell'Alitalia. E' un'altra cosa spettacolare: l'Italia è piena di aziende decotte, di gente che finisce per la strada: quei lavoratori lì si fottono, mentre gli ex-lavoratori Alitalia avranno il privilegio di poter andare da alcune aziende che se li assumeranno avranno riduzioni fiscali. Così: cittadini di serie A e cittadini di serie B.
    L'Europa ci tiene d'occhio anche perchè il prestito ponte aveva anche escluso che per un anno la società Alitalia venisse messa in liquidazione in regime concordatario. L'Alitalia aveva dunque garantito di pagare tutti i creditori. Adesso, se la nuova società non li paga, quelli si rivalgono ma non solo. La Good Company dovrà comprarsi tutti gli aerei e gli slot dalla Bad Company - l'attuale Alitalia moribonda - e rifare tutti i contratti dei dipendenti o almeno di quelli che terrà con sé. Quanto pagherà tutti questi beni la Good alla Bad? Se li pagassero per quello che valgono sulla carta, la vecchia Alitalia probabilmente avrebbe i soldi per onorare i suoi debiti, circa 2-2.5 miliardi di euro. Naturalmente, visto l'aria che tira, se i nuovi proprietari tirano fuori un miliardo di euro per comprare quella roba è già tanto. Quindi, la vecchia Alitalia rimarrà in profondo rosso, non avrà i soldi per pagare i creditori, e i creditori da chi andranno? Non potendo andare dalla Good che è immunizzata andranno dal governo che dovrà tirare fuori i soldi. A questo punto ci arriva addosso l'Europa perché se lo Stato paga i debiti di un'azienda si configura come aiuto di Stato. Questo è vietato perché, altrimenti, tutte le altre aziende d'Europa si incazzano e dicono "perchè noi dobbiamo andare avanti con le nostre gambe e se non ce la facciamo falliamo mentre in Italia lo Stato interviene a rabboccare quando i conti delle sue società sono in rosso?". Ci arriverà addosso una procedura di infrazione, con condanna, con multa che aggraverà ancora la spesa di questa operazione folle e faraonica. In più, la nuova Alitalia, dato che sarà l'unico soggetto solvibile dovrà sobbarcarsi, allora sì, tutti i debiti che lo Stato non poteva pagare. Dovrà pagare tutti i creditori e rimborsare quei trecento milioni di prestito ponte allo Stato, visto che la Bad Company è dello Stato. Lo Stato non può restituirsi i soldi da solo, sarebbe una partita di giro.
    Come avete visto Berlusconi ha risolto brillantemente anche l'emergenza Alitalia con lo stesso sistema con cui dice di aver risolto l'emergenza monnezza a Napoli: nascondendo il pattume sotto il tappeto. Che succederà in futuro? Questi 16 capitani coraggiosi devono rimanere fermi per cinque anni. Dopo cinque anni possono rivendere le loro quote della Good Company. Secondo voi che cosa fanno? Sono 16 soggetti nessuno dei quali ha il minimo interesse e il minimo background per occuparsi di voli. Non gliene frega niente dell'Alitalia, gliene importa in virtù delle contropartite. Prenderanno le loro quote e le venderanno a quello che sta per diventare il partner industriale, quello che sa come si fa a volare, che sarà AirFrance se vincerà Tremonti o Lufthansa se vincerà Gianni Letta che ha gestito questa operazione. Entro il 2013 questi possono rivendere. E che faranno? Svenderanno, come si sa, ai francesi o ai tedeschi, così i francesi dell'AirFrance si prenderanno la compagnia italiana, che diventerà compagnia francese - non ci sarà più nessuna bandierina da nessuna parte, è tutto finto che questa sia una cordata italiana - a condizioni migliori di quanto se l'avrebbero presa se si fosse dato retta a Prodi e Padoa Schioppa. Pagheranno quattro lire invece che due miliardi e seicento milioni che si erano impegnati a pagare. La prenderanno anche molto più snella perché non ci saranno più i dipendenti in esubero e i debiti da cui li avremo liberati a spese nostre. Questa sì è la svendita di Alitalia ai francesi e agli stranieri, mentre quella di Prodi non lo era. Avremo così una compagnia francese che si chiamerà Alitalia e che probabilmente raschierà via molto presto il simbolino dalle ali degli aerei.
    Ci resta comunque una consolazione in tutto questo: in questi cinque anni potranno continuare a fare il bello e il cattivo tempo in Alitalia: potranno continuare a metterci il naso, avendo portato loro questi imprenditori. Faranno fare a questi imprenditori più o meno quello che vorranno, sono tutti imprenditori assistiti o amici dei politici, nel solco di quella tradizione per la quale Alitalia è sempre rimasta in rosso: che la gestivano con criteri politici e non manageriali.
    Pensate soltanto che un mese fa il governo Berlusconi ha stanziato un milione di euro per ripristinare l'imprescindibile volo Roma-Albenga tanto caro al ministro Scajola che sta a 30 km da Albenga, cioè Imperia, e ci tiene ad atterrare con l'aereo nel cortile di casa.E' meglio che rimanga ancora un po' in mani italiane perchè la gestiscono così, un po' come il vecchio ministro Nicolazzi gestiva le Autostrade e si faceva fare lo svincolo a Gattico, proprio sotto casa sua, nella famosa autostrada Roma-Gattico.
    Ci resta un'altra consolazione, cioè il fatto che ritorna il comunismo: Berlusconi che convoca imprenditori, cambia leggi, organizza cordate, il governo che dirige gli affari dell'impresa privata, sistema debiti, sposta dipendenti, fa piani quinquennali, ecc. ricorda tanto la grande Unione Sovietica di Stalin, di Breznev, di Cernienko. Il modello Putin sta entrando in Italia e sta tornando il dirigismo, la pianificazione sovietica. Il Cavaliere, che non sa e non ha mai saputo cosa sia il libero mercato, ripristina, se Dio vuole, l'industria di Stato. L'ultimo vero comunista è lui. Passate parola." Marco Travaglio

     

    Angelino Jolie

     
    Riporto il testo dell'intervento di Marco Travaglio a Passaparola.

    "Buongiorno a tutti.
    Alcuni amici di Voglioscendere e del blog di Beppe mi chiedono: “Non darci sempre brutte notizie, dacci ogni tanto qualche buona notizia!”. Io oggi ve la vorrei dare, perché sono davvero estasiato. Abbiamo un ministro che è fantastico. È vero che il governo lascia un po’ a desiderare, ma ce n’è uno che, veramente, li recupera tutti perché è un grande. È Angelino Jolie, detto Alfano. Lui è veramente un genio. L’abbiamo trattato male negli scorsi “passaparola”, ma questa volta bisogna ricredersi. Abbiamo di fronte un cervello superiore. Un grande riformatore, un innovatore. Un uomo che inventa soluzioni avveniristiche per problemi che purtroppo nessuno era mai riuscito a risolvere.
    Pensate, ieri, così di domenica fra l’altro - ci regala le sue domeniche gratis - gli è venuto in mente come si fa a risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri. Che naturalmente si ripropone esattamente come due anni fa, nonostante il mega indulto extra large, che lui stesso votò, tra l’altro, dato che era una specialità del centro-sinistra, in realtà lo votò una parte del centro-sinistra e una parte del centro-destra, compresa Forza Italia e compreso Alfano. Anzi, fu proprio Forza Italia a pretendere che l’indulto fosse di tre anni, altrimenti Previti sarebbe ancora agli arresti domiciliari – e non sta bene, pover’uomo.
    Che cosa ha pensato, di domenica? Così, appena sveglio, gli vengono queste fulminanti illuminazioni geniali. Ha pensato che espellendo i detenuti extracomunitari e dotando di braccialetto elettronico una serie di condannati a pene basse, o che comunque debbano scontare ancora pochi anni prima di uscire, si potrebbe sfollare le carceri e riportarle a una presenza che sia proporzionata alla capienza. Voi sapete che le nostre carceri a dir tanto posso contenere 40-45.000 detenuti, e siamo già quasi a 60.000 e si calcola che entro un paio d’anni si arriverà addirittura a 70-75.000, quasi il doppio rispetto alla capienza, rispetto ai posti cella.
    Partiamo dall’inizio. Perché in Italia ogni anno si ripropone il problema del sovraffollamento delle carceri, sebbene l’Italia abbia conosciuto una quarantina di provvedimenti di amnistia a indulto in sessant’anni. Altrimenti, ovviamente, avremmo “esplosioni” nelle carceri se non avessimo sfiatato ogni tanto la pressione con provvedimenti di amnistia e indulto, con questa frequenza che – voi capite – è la frequenza di una volta ogni anno e mezzo. Una volta ogni anno e mezzo, in Italia, si ha la certezza che si liberano migliaia di criminali. Il che è, tra l’altro, un invito criminogeno. Vuol dire che se uno si fa prendere a intervalli regolari non sconta mai la sua pena, perché scatta sempre un’amnistia o un indulto.
    In ogni caso, Alfano è pentito dell’indulto. “Non è servito a niente”; glielo dicesse a Previti che non è servito a niente. A Previti è servito molto! Anche a tutti i delinquenti che sono usciti e hanno potuto tornare alle vecchie abitudini e in parte, solo in parte, sono stati riacciuffati, l’indulto è servito molto. È servito meno alle vittime dei loro reati. Proprio l’altro giorno si calcolava che oltre un terzo di coloro uscirono per l’indulto grazie a Mastella che magnificò quel provvedimento e ci tenne a dargli il suo nome, erano tornati a delinquere, sono già stati presi e riportati dentro. Il che ci fa pensare che altrettanti, almeno un altro terzo, siano tornati a delinquere, siano recidivi, e non siano stati presi. Immaginate su quasi 50.000 persone che uscirono di carcere oppure si videro revocare le pene alternative, dell’affidamento ai servizi sociali o degli arresti domiciliari, che festa! Bene, ora sono tutti pentiti. “Basta con gli indulti, facciamo il braccialetto elettronico e l’espulsione degli extra-comunitari”. Che idea! Non ci aveva mai pensato nessuno! Almeno così crede Angelino Jolie, il quale è come un marziano appena atterrato sulla Terra: non ha la più pallida idea del fatto che ciò nel quale sta mettendo le mani in questo momento è argomento sul quale si è già dibattuto da decenni. Ci sono suoi illustri, o quasi, predecessori, che avevano già detto: “espulsioni e braccialetti!” Perché nessuno ci tiene, salvo poi doverlo fare per Previti, a mandare fuori i delinquenti. Il problema è che le due soluzioni individuate da Alfano, non solo erano già state esaminate, ma erano già state scartate, perché non servono. Siamo all’ennesimo annuncio di una cosa che non verrà mai fatta, almeno speriamo, perché se verrà fatta significherà un indulto mascherato. Voi sapete che questo governo è geniale nei lifting, del resto il suo presidente, tra trapianti e lifting è tutto finto e non ha più un centimetro quadrato di pelle originale. Ma il lifting legislativo è la specialità di questo governo. Voi sapete che hanno abolito l’ICI, adesso la chiamano in un altro modo e ce la reintroducono. Il fallimento Alitalia, hanno detto di averlo risolto e lo pagheremo due volte, come avete saputo, mentre una quindicina di furbetti intascheranno l’azienda pulita dai debiti e dagli esuberi. Non parliamo della “monnezza” a Napoli: chiunque vada in Campania sa che è stata rimossa solo da alcuni quartieri. Non è sparita la “monnezza” dalla Campania, sono spariti i giornalisti e i fotografi e soprattutto le telecamere.
    Quindi abbiamo un nuovo lifting legislativo, questa volta per far sparire i detenuti, senza farcene accorgere. In realtà, niente sparisce. Noi trattiamo il tema dei detenuti sempre con l’ideologia anziché con i dati scientifici e partendo dalla concreta e brutale realtà. Ci stiamo raccontando da anni che l’Italia ha il problema di avere troppi detenuti. È una bella espressione: “abbiamo troppi detenuti … abbiamo troppi detenuti”. Abbiamo troppi detenuti, un corno! Cosa vuol dire “troppi detenuti”? In base a cosa? Quale sarebbe il numero perfetto di detenuti? Non esiste! Il numero dei detenuti dipende direttamente dal numero delle persone che violano la legge, vengono prese e vengono condannate a una pena che, secondo la legge, prevede il carcere. Quindi non esiste né il “troppi”, né il “troppo pochi”. Ci sono quelli che riusciamo a prendere. In un Paese che, tra l’altro, per certi tipi di reati i livelli di impunità sono quasi al 90%, immaginate che cosa succederebbe se conquistassimo 1% di efficienza in più all’anno. Esploderebbero le carceri. Meno male che siamo un Paese inefficiente e non li prendiamo. Perché se ne prendessimo un po’ di più non sapremmo dove metterli. Non abbiamo troppi detenuti. Abbiamo troppi delinquenti eventualmente e abbiamo troppo pochi posti cella in rapporto ai delinquenti. Siccome il carcere deve mettere le persone in condizione di non nuocere per un certo periodo, o farle riflettere e possibilmente rieducarle – così dice la nostra Costituzione – il carcere non deve essere una tortura. Non bisogna, oltre alla privazione della libertà, infliggerli una pena supplementare che è quella della promiscuità, del vivere accatastati, vivere in dieci in una cella che ne dovrebbe contenere due e cose di questo genere. E quindi in quel senso abbiamo troppi detenuti, ma non in rapporto al fabbisogno delle celle, ma in rapporto alle poche celle che abbiamo. Vi basti un dato. La Gran Bretagna celebra ogni anno trecentomila processi e ha circa sessantamila detenuti. In Italia si celebrano circa tre milioni di processi, il decuplo, e abbiamo sessantamila detenuti, stessa cifra.
    Allora, vi pare? Sono stupidi gli inglesi che hanno lo stesso numero di detenuti come risultato di un decimo dei nostri processi, o siamo fessi noi che abbiamo il decuplo dei processi e lo stesso numero di detenuti della Gran Bretagna. È evidente che siamo fuori di testa noi. Abbiamo pochi posti, naturalmente si dovrebbero costruire nuove carceri. Tutti ne parlano, nessuno le costruisce. Sapete che le ultime costruite sono le famose “carceri d’oro”. Quelle che poi furono inaugurate dagli stessi politici che le avevano costruite. A cominciare, se non ricordo male, dai famosi social-democratici Nicolazzi & C. coinvolti nello scandalo De Mico. Oggi abbiamo un sacco di caserme dismesse, un sacco di edifici industriali abbandonati, basterebbe un piano per riattarli, almeno per contenere i detenuti non pericolosi, si potrebbero usare questi. E poi non si è mai capito per quale ragione si siano chiuse Pianosa e l’Asinara, a parte la ragione di farci fare le vacanze a qualche ministro, magari accompagnato dai Vigili del Fuoco. Ma Pianosa e l’Asinara andavano benissimo per tenere i boss mafiosi al 41bis e credo che quello sia uno dei tanti favori che la politica ha fatto alla mafia, anche perché la chiusura delle carceri del 41bis stava nel “papello” che Riina distribuì durante le trattative mentre l’Italia esplodeva tra una bomba e l’altra nel ’92 e ’93, negli anni delle stragi.
    Troppi reati inutili? È un’altra verità. Quando parleremo, la settimana prossima probabilmente, della riforma della giustizia, vi farò qualche esempio di comportamenti che in Italia sono ancora puniti penalmente e richiedono tre gradi di giudizio. Però sulla popolazione carceraria i reati da depenalizzare non influiscono, perché? Perché non c’è nessuno in carcere per reati minori. La leggenda del ladro di mela che sta in carcere non è vera perché, come ben sapete, ce ne vogliono un sacco di mele rubate per andare in galera in quanto da noi si entra in carcere soltanto per pene superiori ai tre anni, e sotto i tre anni, se uno lo chiede, di solito ottiene l’affidamento ai servizi sociali. Semmai, ci sono molti extracomunitari che non lo possono ottenere perché non hanno fissa dimora, non si sa dove abitano, non si sa nemmeno da dove vengano, non si sa nemmeno come si chiamano e quindi i giudici di sorveglianza ritiene poco sicuro darli in affidamento. È su questo che si dovrebbe eventualmente agire, ma non è che la depenalizzazione ci porterebbe a una diminuzione dei detenuti. Abbiamo gente in carcere per reati per i quali è bene che la gente in carcere ci stia, almeno un po’. L’unico problema, ma io su questo non ho soluzione, è quello della droga. Ci sono tutta una serie di reati collegati con la droga, nessuno è in galera perché si droga però ci sono persone che per drogarsi spacciano, commettono altri reati, dunque per quei reati è previsto che sia chi si droga sia chi non si droga finisca dentro, un po' come per i reati degli extracomunitari. Nessuno è in carcere perché extracomunitario, per fortuna ancora non ci sono riusciti, ma se è uno è extracomunitario non deve essere punito più severamente di un italiano ma nemmeno deve essere trattato più con i guanti rispetto a un italiano. Ciascuno dovrebbe pagare in proporzione al danno che ha provocato. C'è poco da fare, insomma, su depenalizzazioni e cose del genere fermo restando che il tossicodipendente deve essere aiutato a uscirne, compatibilmente con le comunità che sono quasi tutte private. Il problema è che questa classe politica, soprattutto questo centrodestra, continua ad aumentare il numero dei detenuti con leggi che ci raccontano essere fatte per la nostra sicurezza - in realtà con la nostra sicurezza non c'entrano niente - e allungano il periodo del carcere a persone che magari sarebbero uscite prima ma che avrebbero scontato la loro pena. La ex Cirielli cosa faceva? Ai recidivi provocava con una serie di meccanismi una detenzione più lunga mentre agli incensurati garantiva di fatto l'impunità con il dimezzamento della prescrizione. Per cui abbiamo uno come Berlusconi che è un incensurato seriale perché ogni volta è prescritto e non si riesce mai a condannarlo per la prima volta, quindi non diventerà mai recidivo. Mentre chi prima della legge aveva già una condanna rischia di non uscire quasi mai più se commette uno o due reati nuovi perché c'è questo meccanismo infernale che allunga la sua detenzione. In più aggiungete tutta questa miriade di reati collegati alla clandestinità: pensate all'aggravante razziale di cui abbiamo già parlato che punisce più severamente un irregolare extracomunitario per lo stesso reato per cui un italiano è punito molto meno. E' così che oltre al normale ingresso di delinquenti in carcere si è forzata la mano e si è aumentata la media. Aumentando i reati puniti col carcere e allungando i tempi di detenzione per quelli già dentro. Ed è questo governo che è responsabile dell'esplosione delle carceri, che naturalmente è più grave perché loro ci mettono del proprio. Ma abbiamo questo gigante del pensiero, questo genio del diritto, questo giureconsulto di scuola agrigentina Angelino Jolie che ha pronto il bracciale: mettiamo il bracciale al polso o alla caviglia del detenuto e lo controlliamo anche in libertà vita natural durante. Possiamo, dice Angelino, liberarci di ben 7.400 detenuti. Pensate, presto avremo 75.000 detenuti, lui ne tira fuori col braccialetto 7.000 e pensa di aver risolto il problema. Ne avremo 68.000 cioè 23.000 in più della capienza stabilita. Pensate che idea geniale. Ma è meglio seguirlo, l'avete anche visto a reti unificate ieri sera in TV che annunciava - dietro una siepe, forse si nasconde perché non lo sentano - questa geniale trovata.
    Io ricordo che il braccialetto era un'invenzione del ministro Bianco che nel 2000 l'aveva già sperimentata, poi non se ne è più saputo niente. Poi arrivò il governo Berlusconi II. Avevamo quell'altro gigante del pensiero, il ministro Castelli, anche allora iniziarono una geniale sperimentazione del braccialetto, nel 2003. Nel 2005, alla vigilia di andarsene, avevano già finito la sperimentazione, già naufragata. Sulla Stampa e su Repubblica si spiega il perché: avevano testato 400 braccialetti, convenzionati con un'azienda a caso. Indovinate quale: la Telecom. Sapete quanto era costata allo Stato italiano questa convenzione per i test dei braccialetti? Undici milioni di euro, 22 miliardi di lire. Quattrocento braccialetti. Li hanno provati - tenetevi forte perché i numeri sono spettacolari - su tre detenuti: uno al polso, due alle caviglie. Il primo è subito evaso, non si è più saputo dov'è andato. Eppure è evaso col suo bel braccialettino. Sapete perché? I braccialetti applicati fin'ora non hanno nemmeno il collegamento satellitare, scrive la Stampa. L'apparecchio è controllato da una centralina collegata al telefono in casa della persona agli arresti domiciliari. Lo metti agli arresti col suo bel braccialetto, c'è una centralina presso gli uffici di Polizia e tieni il collegamento. Ma se il detenuto si allontana oltre il raggio di captazione dell'antenna - come quando uno con il cordless si allontana di qualche decina di metri dall'appartamento - in questura scatta l'allarme perché non si sa dove sia finito. Tutto qui, da quel momento il bracciale non rivela alcuno spostamento dell'evaso. In altri termini le forze dell'ordine sanno che è scappato ma non hanno la minima idea di dove si nasconda. Questo è il braccialetto che hanno testato. Ci vorrebbe il collegamento via satellite ma ci costerebbe ancora di più di quello che già costano queste cialtronate già testate per undici milioni di euro. In più c'è una normativa europea che impone alle case produttrici di braccialetti di fabbricarli con materiali che non danneggino il soggetto: non possono mettertelo in ghisa o in acciaio. Il materiale deve essere morbido a cominciare dalla fibbia perché lo devi portare per anni. Ciò significa che un detenuto intenzionato a evadere può tagliare il braccialetto senza alcun problema con un colpo di forbice nella fettuccia e andarsene. L'allarme scatta, ma non si sa più dove sia finito, magari ad ammazzare, rapinare o violentare qualcuno. Bene, il braccialetto ha fatto una brutta fine, nel 2005 l'uso di questi dispositivi è stato interrotto. Repubblica, con un'altra statistica, parla di 15 milioni all'anno di spesa. La centralina che conferma la presenza del detenuto in casa salta anche quando viene spolverata o sfiorata da un bambino. Il meccanismo diventa muto se il detenuto si immerge in una vasca da bagno o scende in cantina, con un fiorire di falsi allarmi che mobilitano senza costrutto le forze dell'ordine. Eh già, è sceso in cantina, non si sente più, sarà sparito, arriva la Polizia, dov'è il detenuto? In cantina che prende una bottiglia di vino. Le forze di Polizia giustamente non ne vogliono più sapere di quell'aggeggio infernale.
    Se poi il ministro invece di sperimentarlo su 400 volesse mettere in atto questo geniale provvedimento per 8.000, come ha promesso ieri dietro la siepe, la spesa salirebbe a tre miliardi di euro, sei mila miliardi di lire per mandare in giro 8.000 persone col braccialetto. Una cosa dell'altro mondo.
    Espulsione, seconda trovata. Perché tenere in carceri italiane detenuti stranieri che rubano il posto ai nostri, direbbe qualche leghista? Mandiamoli via così abbiamo risolto il problema! Ma come hanno fatto a non pensarci prima? E' una cosa talmente geniale. Non ci hanno pensato prima perché? Perché ci hanno pensato prima solo che non funzionava nemmeno quella! Cosa succede? Per espellere un extracomunitario gli dici "vai via", che abbia commesso reati o no, magari lo espelli semplicemente perché non ha il permesso di soggiorno. Quello, di solito, con le sue gambe non se ne va. Allora lo accompagni coattivamente alla frontiera. Quello passa la frontiera poi torna, soprattutto se è uno già condannato, un delinquente, magari inserito in un'organizzazione criminale. Appena lo metti fuori e ti giri torna dentro. Allora gli fai il foglio di via, e quello non se ne va. Allora gli chiedi perché non è andato via, e lui ti dice "non vado via perché non ho i mezzi per tornarmene in Marocco". Se uno da Milano deve andare in Marocco come fa, a piedi e poi a nuoto? No, bisognerebbe caricarlo su un aereo, pagando il biglietto: se non ha una lira come fa a pagarsi il biglietto aereo? Comunque anche se ha i soldi è difficile dimostrarlo, visto che di solito le attività dei clandestini sono clandestine e non ricevono regolare stipendio su un conto in banca.
    Allora bisogna trovare i soldi per pagare il biglietto a migliaia di persone da espellere: lo Stato italiano non ha neanche gli occhi per piangere, non abbiamo i soldi per le volanti della Polizia figuriamoci i soldi per pagare le espulsioni. E anche se li avessimo, com'è noto, gli Stati - quasi tutti - da cui provengono gli extracomunitari più dediti al delitto non li vogliono indietro perché non avendo documenti certi non si è sicuri che provengano da quel Paese, quindi perché quel Paese se li deve riprendere? Se poi sono stati condannati e devono scontare la pena, non c'è nessun Paese che se li riprende nelle sue carceri perché tocca a quel Paese mantenerli, anziché a noi. Quindi, a meno che non abbiamo accordi bilaterali, ma non mi pare salvo rare eccezioni, ci chiederanno il costo del mantenimento del detenuto nel loro carcere. Allora che senso ha? Anche culturalmente, come segnale, far sapere all'extracomunitario "guarda se ammazzi qualcuno, se rapini o se stupri io ti mando via"... è la stessa cosa che dici a quelli che non hanno niente, "ti mando via", solo perché non hanno il documento. Che messaggio mandi? Che siamo il Paese di Pulcinella. Il messaggio da mandare è che se violi le leggi del nostro Paese verrai arrestato come gli italiani vengono arrestati e pagherai lo stesso prezzo. Questa è sicurezza. No: "bada che se ammazzi qualcuno ti mando via!" Ma quelli vengono subito, essere mandati via non è mica una punizione.
    Vi rendete conto in quali mani siamo? E questi sarebbero il governo della sicurezza.
    In più questo riguarderebbe 4700 persone condannate, extracomunitarie da rimpatriare, e noi stiamo parlando di un problema enorme come quello delle carceri che, se arriviamo a 75.000 detenuti, toglierne 5.000 vuol dire arrivare a 70.000. Cosa abbiamo risolto? Niente, perché poi ce ne restano in più ancora quasi 30.000. E a quelli che gli facciamo? Voi vi rendete conto che ci vorrebbe serietà, olio di gomito, una politica che studia i problemi in base ai dati scientifici e non in base alle frottole e soprattutto che non si affida ai marziani. Dovremmo, insomma, diventare un Paese serio governato da gente seria. Questi sono pagliacci che purtroppo mettono le mani sulla nostra vita e sulla nostra sicurezza. Passate parola."
     
     

    Economist vs Berlusconi

     
    Dal blog di Di Pietro:
     

    Il nostro primo ministro Silvio Berlusconi deve pagare 25.000 euro di spese processuali al settimanale britannico l'Economist secondo quanto deciso dal tribunale di Milano. La notizia è passata in sordina. Delle nostre testate nazionali, Repubblica ne ha fatto timidamente menzione a pagina 13 lo scorso 6 settembre affiancando la notizia alla foto del Presidente del consiglio che abbraccia campioni olimpici e delira dicendo di averci salvato dal ritorno del comunismo. Le altre testate il silenzio, nel timore di rompere il clima idilliaco tra governo e ombra di governo. Certamente ad Emilio Fede la notizia nessuno l'ha detta, agli altri Tg forse è sfuggita.

    Il 26 aprile 2001 in un articolo copertina dal titolo "Perchè Berlusconi non è adatto a guidare l'Italia"(leggi l'articolo tradotto) si criticava il futuro Presidente del consiglio per essere al centro di un conflitto di interessi, si analizzava il suo impero commerciale e si numeravano i processi in corso contro di lui. Silvio Berlusconi allora partì all’attacco con una querela per diffamazione. Si trattava di un'edizione pubblicata poco prima delle elezioni che alla fine vinse. Poco importa che la querela non avesse alcun fondamento, servì a fare campagna elettorale, a mostrare i muscoli agli italiani. Anche a costo di una figuraccia internazionale dopo 7 anni, tanto, avrà pensato gli italiani dimenticano e i media aiuteranno a non ricordare. El Pais, lo stesso Economist, Reuters e altre fonti internet però la notizia la hanno riportata signor Presidente.
    Gli argomenti dell'Economist rientrano pienamente nel "libero ed insindacabile esercizio del diritto di manifestazione del pensiero riconosciuto e tutelato dall'art.21 Cost.", ha scritto il giudice nella sentenza del 26 agosto di quest'anno (leggi la sentenza).

    La gravità della querela depositata nel luglio 2001 da Silvio Berlusconi non è la sentenza dall'esito scontato leggendo l'articolo in questione, ma il fatto che debba essere un giudice a ricordare a colui che di lì a poco sarebbe diventato Presidente del Consiglio, e che oggi dopo 7 anni lo è nuovamente, cos'è l'articolo 21.
    Attendiamo il ricorso preannunciato dal nostro Presidente del Consiglio ricordandogli che la stampa degli altri paesi occidentali non è quella della mitraglia mimata nella visita dell'ex premier sovietico Vladimir Putin e che la magistratura italiana non è ancora malleabile come il ministro della (sua) giustizia Angelino Alfano.

     

    August 29

    L'allievo ripetente

     

    di Marco Travaglio - 23 agosto 2008


    Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di «mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia». Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga.

    Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’ essere per questo che, quattro mesi fa, definì «eroe» Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono «matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana», perché «per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche», parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice «ammazzasentenze» che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente «i dioscuri» Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con «un livello di professionalità prossimo allo zero», chiamava Falcone «quel cretino» e «faccia da caciocavallo», aggiungeva «Io i morti li rispetto, ma certi morti no», «a me Falcone... non m’è mai piaciuto», poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e «fregare qualche mafioso».
    Dev’essere per questo che ancora un mese fa i berluscones annidati nel Csm hanno votato per la nomina di un altro nemico giurato di Falcone, Alberto Di Pisa, come procuratore capo di Marsala contro il candidato designato dalla commissione, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone. Anziché rammentare allo Smemorato di Cologno questi semplici dati di fatto, politici e commentatori di chiara fama e fame si son subito avventurati nell’esegesi del pensiero di Falcone sulla separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale. Senz’accorgersi (o accorgendosi benissimo) che, scendendo sul suo terreno truffaldino, la danno vinta al premier.
    Come hanno giustamente osservato la sorella Maria e Peppino Di Lello, che col giudice lavorò fianco a fianco nel pool, Falcone non chiese mai la separazione delle carriere né la fine dell’azione penale obbligatoria. Si limitò, senza indicare soluzioni, a porre il problema di una distinzione delle funzioni tra pm e giudici («comincia a farsi strada la consapevolezza che la carriera dei pm non può essere identica a quella del magistrati giudicante: investigatore l’uno, arbitro l’altro»), che fra l’altro oggi è già ipergarantita dalle ultime controriforme, e di una «visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale». Ma era il 1988 e non c’era ancora al governo un premier plurimputato, pluriprescritto e plurimpunito grazie a leggi da lui stesso varate. E, soprattutto, Falcone pose quei problemi per tutelare meglio l’indipendenza di tutta la magistratura dalla politica e l’efficacia dei processi (negli Usa l’azione penale discrezionale consente persino di garantire l’immunità ai mafiosi pentiti in cambio della collaborazione). Berlusconi pone gli stessi problemi, ma con tutt’altri scopi: non quelli di Falcone, ma quelli della P2, di cui era membro con tessera n.1816: mettere le procure e l’azione penale al guinzaglio del governo o comunque della politica.
    E poi c’è un fatto che taglia la testa al toro: fino al 1989 Falcone era giudice istruttore, carriera giudicante. Poi fece domanda al Csm e passò alla requirente, cioè divenne pm, procuratore aggiunto a Palermo. Stesso percorso fece Borsellino, prima giudice, poi procuratore a Marsala, infine aggiunto a Palermo. Con le carriere separate, non avrebbero mai potuto. Di che parla, dunque, questo presunto allievo di Falcone? Prenda qualche ripetizione, possibilmente non da Dell’Utri, poi si ripresenti all’esame.
     
     
     

    L'acqua non è una merce

     
    Dal blog di Grillo:
     
    Chi controlla i bisogni primari, controlla la società. PDL e PDmenoelle lo sanno bene. Senza acqua si muore, ma se l'acqua viene privatizzata i partiti vivono meglio. I concessionari sanno essere riconoscenti, voti, soldi, poltrone finanziati dal rincaro dell'acqua a carico dei cittadini.
    Le liste civiche del blog avranno come punto fondamentale del loro programma l'acqua. Non si può privatizzare. Non è una merce, è un diritto. Come respirare, parlare, amare. Gesù trasformò l'acqua in vino, Veltrusconi la vuole trasformare in business. Beati gli assetati di giustizia perchè vedranno i ladri dell'acqua in galera. Loro non si arrenderanno mai, noi neppure.

    "Caro Beppe,
    nel cuore di questa estate torrida e di questa terra calabra, lavorando con i giovani nelle cooperative del vescovo Brigantini (Locride) e dell’Arca di Noè (Cosenza), mi giunge, come un fulmine a ciel sereno, la notizia che il governo Berlusconi sancisce la privatizzazione dell’acqua. Infatti il 5 agosto il Parlamento italiano ha votato l’articolo 23 bis del decreto legge numero 112 del ministro G. Tremonti che nel comma 1 afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell’economia capitalistica. Tutto questo con l’appoggio dell’opposizione, in particolare del PD, nella persona del suo corrispettivo ministro-ombra Lanzillotta. (Una decisione che mi indigna, ma non mi sorprende, vista la risposta dell’on.Veltroni alla lettera sull’acqua che gli avevo inviata durante le elezioni!).
    Così il governo Berlusconi, con l’assenso dell’opposizione, ha decretato che l’Italia è oggi tra i paesi per i quali l’acqua è una merce.
    Dopo questi anni di lotta contro la privatizzazione dell’acqua con tanti amici,con comitati locali e regionali, con il Forum e il Contratto Mondiale dell’ acqua ……queste notizie sono per me un pugno allo stomaco, che mi fa male. Questo è un tradimento da parte di tutti i partiti! Ancora più grave è il fatto, sottolineato dagli amici R.Lembo e R. Petrella, che il “Decreto modifica la natura stessa dello Stato e delle collettività territoriali. I Comuni, in particolare, non sono più dei soggetti pubblici territoriali responsabili dei beni comuni, ma diventano dei soggetti proprietari di beni competitivi in una logica di interessi privati, per cui il loro primo dovere è di garantire che i dividendi dell’impresa siano i più elevati nell’interesse delle finanze comunali.“ Ci stiamo facendo a pezzi anche la nostra Costituzione!
    Concretamente cosa significa tutto questo? Ce lo rivelano le drammatiche notizie che ci pervengono da Aprilia (Latina) dimostrandoci quello che avviene quando l’acqua finisce in mano ai privati. Acqualatina, (Veolia, la più grande multinazionale dell’acqua ha il 46,5 % di azioni) che gestisce l’acqua di Aprilia, ha deciso nel 2005 di aumentare le bollette del 300%! Oltre quattromila famiglie da quell’anno, si rifiutano di pagare le bollette ad Acqualatina, pagandole invece al Comune. Una lotta lunga e dura di resistenza quella degli amici di Aprilia contro Acqualatina! Ora, nel cuore dell’estate, Acqualatina manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori o ridurre il flusso dell’acqua. Tutto questo con l’avallo del Comune e della provincia di Latina! L’obiettivo? Costringere chi contesta ad andare allo sportello di Acqualatina per pagare. E’ una resistenza eroica e impari questa di Aprilia: la gente si sente abbandonata a se stessa. Non possiamo lasciarli soli!
    L’ estate porta brutte notizie anche dalla mia Napoli e dalla regione Campania. L’assessore al Bilancio del Comune di Napoli, Cardillo, lancia una proposta che diventerà operativa nel gennaio 2009. L’ Arin, la municipalizzata dell’acqua del Comune di Napoli, diventerà una multi-servizi che includerà Napoligas e una compagnia per le energie rinnovabili.Per far digerire la pillola, Cardillo promette una “Robintax” per i poveri (tariffe più basse per le classi deboli). Con la privatizzazione dell’acqua si creano necessariamente cittadini di seria A (i ricchi ) e di serie B (i poveri), come sostiene l’economista M.Florio dell’Università degli studi di Milano.
    Sono brutte notizie queste per tutto il movimento napoletano che nel 2006 aveva costretto 136 comuni di ATO 2 a ritornare sui propri passi e a proclamare l’acqua come bene comune. Invece dell’acqua pubblica, l’assessore Cardillo sta forse preparando un bel bocconcino per A2A (la multiservizi di Brescia e Milano) o per Veolia, qualora prendessero in mano la gestione dei rifiuti campani? Sarebbe il grande trionfo a Napoli dei potentati economico-finanziari.
    A questo bisogna aggiungere la grave notizia che a Castellamare di Stabia (un comune di centomila abitanti della provincia di Napoli ), 67 mila persone hanno ricevuto, per la prima volta, le bollette dalla Gori, (una SPA di cui il 46% delle azioni è di proprietà dell’Acea di Roma).Questo in barba alle decisioni del Consiglio Comunale e dei cittadini che da anni si battono contro la Gori, che ormai ha messo le mani sui 76 Comuni Vesuviani (da Nola a Sorrento).
    “Non pagate le bollette dell’acqua!”, è l’invito del Comitato locale alle famiglie di Castellamare. Sarà anche qui una lotta lunga e difficile, come quella di Aprilia. Mi sento profondamente ferito e tradito da queste notizie che mi giungono un po’ dappertutto.Mi chiedo amareggiato:” Ma dov’è finita quella grossa spinta contro la privatizzazione dell’acqua che ha portato alla raccolta di 400 mila firme di appoggio alla Legge di iniziativa popolare sull’acqua?
    Ma cosa succede in questo nostro paese? Perchè siamo così immobili? Perchè ci è così difficile fare causa comune con tutte le lotte locali, rinchiudendoci nei nostri territori? Perché il Forum dell’acqua non lancia una campagna su internet, per inviare migliaia di sollecitazioni alla Commissione Ambiente della Camera dove dorme la Legge di iniziativa popolare sull’acqua? Non è giunto il momento di appellarsi ai parlamentari di tutti i partiti per far passare in Parlamento una legge-quadro sull’acqua?
    Dobbiamo darci tutti una mossa per realizzare il sogno che ci accompagna e cioè che l’acqua è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestita dalle comunità locali con totale capitale pubblico, al minor costo possibile per l’utente,senza essere SPA. “L’acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne “illecito”profitto- ha scritto l’arcivescovo emerito di Messina G. Marra.Pertanto si chiede che venga gestita esclusivamente dai Comuni organizzati in società pubblica, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso possibile.”
    Quando ascolteremo parole del genere dalla Conferenza Episcopale Italiana? Quand’è che prenderà posizione su un problema che vuole dire vita o morte per le nostre classi deboli, ma soprattutto per gli impoveriti del mondo? (Avremo milioni di morti per sete!).
    E’ quanto ha affermato nel mezzo di questa estate, il 16 luglio, il Papa Benedetto XVI:” Riguardo al diritto all’acqua, si deve sottolineare anche che si tratta di un diritto che ha un proprio fondamento nella dignità umana .Da questa prospettiva bisogna esaminare attentamente gli atteggiamenti di coloro che considerano e trattano l’acqua unicamente come bene economico.” Quand’è che i nostri vescovi ne trarranno le dovute conseguenze per il nostro paese e coinvolgeranno tutte le parrocchie in un grande movimento in difesa dell’acqua? L’acqua è vita. “L’acqua è sacra, non solo perché è prezioso dono del Creatore- ha scritto recentemente il vescovo di Caserta, Nogaro – ma perché è sacra ogni persona, ogni uomo, ogni donna della terra fatta a immagine di Dio che dall’acqua trae esistenza, energia e vita.”
    Sull’acqua ci giochiamo tutto!
    Partendo dal basso, dalle lotte in difesa dell’acqua a livello locale, dobbiamo ripartire in un grande movimento che obblighi il nostro Parlamento a proclamare che l’acqua non è una merce, ma un diritto di tutti. Diamoci da fare perché vinca la vita!". padre Alex Zanotelli
     
     
    August 23

    Quem vult perdere

     
     Maurizio Blondet         20 agosto 2008
     
    La  NATO rimprovera la Russia per la Georgia e minaccia misure. «Niente sarà più come prima tra NATO e Russia», dicono i nostri, tracotanti. Mosca risponde: se la NATO punirà la Russia, la Russia punirà la NATO. Visto che i nostri «governanti» europei ci hanno messo come cittadini su questa rotta (di collisione) sarà il caso i vedere i rapporti di forze in campo, la potenza militare e lo spirito combattivo della frazione europea del cosidetto atlantismo.
    Dieci soldati francesi in Afghanistan sono stati uccisi in un attentato, ed è una tragedia nazionale. La Francia, nella prima guerra mondiale sprecò, se non erro, 1,6 milioni di francesi per battere la Germania: evidentemente era una guerra che le interessava; come sempre, solo le guerre civili europee scaldano noi europei. Adesso per dieci soldati morti e 22 feriti, tutti i giornali francesi ripetono che la guerra in Afghanistan è perduta sul piano militare, e che la sola cosa da fare è giungere a un accordo coi talebani, ossia farli partecipare ad un governo di coalizione con Karzai.
    Tutto ciò è vero e giusto, e magari era il caso di spiegarlo prima ai cittadini, molto prima. Ma allora perché noi europei restiamo in Afghanistan? Perché lo ordina Washington, che sta perdendo anche quella guerra come ha già perso in Vietnam; e quando avrà definitivamente perso in Afghanistan, gli USA - come fecero dopo il Vietnam - si ritireranno nei loro confini per qualche decennio, a leccarsi le ferite e a farsi il bidet all’anima, obbligando noi, gli alleati, a bere l’acqua sporca, come diceva Churchill.
    Per sapere quanto conviene farsi servi degli Stati Uniti, chiedete al generale Musharraf: dieci anni di «alleanza», 70 mila soldati pakistani impegnati in operazioni sanguinosissime contro i pashtun delle aree tribali, migliaia di morti, ed ora i padroni gli danno il benservito, forse nemmeno gli concederanno asilo in America.
    Vediamo ora l’altra parte. L’armata russa, in una sola settimana di combattimenti in Georgia, ha perso sicuramente piu di 200 uomini, diverse decine di carri armai, un certo numero di aerei da caccia. E tuttavia, la popolazione russa è tutta a favore della reazione russa contro Saakashvili e il suo regime khazaro, l’armata russa è ancora intatta e ben decisa a non cedere. In una parola, per la Russia, quel conflitto risponde ad un chiaro ed evidente interesse nazionale, profondamente sentito, per cui sa che val la pena di spendere giovane sangue russo.
     
    Per noi europei, la difesa della Georgia configura un interesse nazionale altrettanto chiaro e sentito? Più che mantenere la presa occidentale sull’Afghanistan? Siamo disposti a spendere più di dieci soldati che ci paiono troppi per Kabul? Proviamo a risponderci.
    L’occupazione dell’Afghanistan ha un carattere estremamente ambiguo: come opinione pubblica, non sappiamo nemmeno perché siamo lì coi nostri soldati. Non è colpa nostra: i «governanti» non ce l’hanno mai detto, salvo che non accettiamo come spiegazione che siamo andati là a liberare le donne dal chador.
    La verità, è che il motivo è inconfessabile: siamo andati là, ormai sette anni fa, per garantire il posizionamento di un oleodotto destinato a portare il greggio del Caspio ai mari caldi, senza passare per l’Iran e per gli oleodotti russi.
    Per la Georgia, il motivo è analogo: la Georgia democratica è stata creata ex-nihilo per farvi passare i tubi del Baku-Tbilisi-Ceyhan, che porta il gas e petrolio alla Turchia, e da lì in Israle. Ci interessa come europei? No. Noi, un quarto del nostro petrolio e gas lo riceviamo dalla Russia, con cui abbiamo linee di rifornimento fisse e stabili.
    Ci sentiamo replicare: appunto, noi dipendiamo «troppo» dalla Russia, l’Europa deve diversificare le sue fonti. Dipendere un po' meno dalla Russia e un po' più dai khazari e dai loro protettorati: cosa ci guadagniamo? La necessità di diversificare le fonti, del resto, non si pone se non assumiamo atteggiamenti ostili verso la Russia; atteggiamenti che, come europei, non abbiamo nessun motivo ragionevole di assumere.
    Ma come membri della NATO, noi ci inimichiamo Mosca. La Merkel ha minacciato a nome nostro di accelerare l’entrata della Georgia e dellUcraina nell’Alleanza Atlantica. Qui, bisogna esser chiari.
    Nella NATO abbiamo già la Polonia, che è un Paese militarmente indifendibile: nella storia, la Polonia - priva di difese naturali, senza mai un vero esercito adeguato - è stata sempre invasa ad libitum, da Est e da Ovest, e non ha mai potuto resistere. L’Ucraina, con le sue immense pianure, è parimenti indifendibile; la Georgia, così lontana, lo è ancor meno.
    Con questi Paesi nella NATO, guidati per di più da fantocci arroganti e avventuristi, saremo chiamati a difendere tre Paesi indifendibili in un’area vastissima, su linee di comunicazione a noi sfavorevoli, contro il nostro fornitore energetico principale.
    I luoghi si prestano a splendide battaglie di cingolati, come quelle combattute fra tedeschi e sovietici negli anni '40. Le dovremo combattere senza carburante, perché quello, oggi, lo riceviamo dalla Russia. Sarà un problema. Ma è nulla, se siamo animati dalla voglia di vittoria, da un alto spirito combattivo.
    Quante divsioni Folgore, quanti corpi d’armata siamo disposti a gettare nel carnaio? Quanti dei nostri figli con telefonino, doccia quotidiana, e necessità di discoteca, merendine e cocaina. Mourir pour Tbilisi? Mourir pour Kiev?
    Ci stanno mettendo su questa strada, e non ce dicono il perché. Le guerre di cui non si possono confessare i motivi sono perse in anticipo.
    Se non scendiamo in piazza, noi italiani, a milioni contro l’entrata di Kartulia e di Kiev nella NATO, vuol dire che ci si applica il detto romano: «Quem vult perdere, deus amentat». A chi vuol mandare in rovina, Dio toglie prima la ragione.

     
     

    Obbligatorietà dell'azione penale

     
    Dal blog di Di Pietro:
     

    I senatori del governo e dell’opposizione di facciata si sono riuniti e, in seguito ad un colpo di sole estivo, hanno partorito l'Atto di Sindacato Ispettivo che esprime in misura molto chiara la volontà di riformare la giustizia piegandola al controllo politico. Non lo affermo solo io, ma anche Bruno Tinti, procuratore aggiunto presso la Procura di Torino e autore del libro "Toghe rotte" (link).
    Nell'articolo, pubblicato sull'Unità di ieri, Bruno Tinti spiega in pochi punti come l'abolizione dell'obbligatorietà penale sia un errore clamoroso che può portare a interpretazioni locali della giustizia e a pesanti interferenze politiche sulla scelta dei reati da perseguire.

    L’autore evidenzia inoltre una serie di riforme della giustizia per rendere la macchina più efficente con risorse già esistenti ed evitando clamorosi colpi di spugna. Una democrazia non può esistere se la Giustizia è sotto il controllo dell’Esecutivo.

    Riporto l'articolo di Bruno Tinti dal titolo "Giustizia, che cosa fare subito".

    "Il 29 luglio alcuni senatori del PdL e del PD hanno partorito l’ "Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00019", contenente una somma di proposte in materia di giustizia che, con lodevole eufemismo, possono dirsi poco condivisibili. Qui ne commento una.

    La pattuglia mista inviata in missione esplorativa propone: "a) l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, con la previsione di un procedimento per la fissazione dei criteri per l’uso dei mezzi di indagine e per l’esercizio dell’azione penale nonché di un procedimento che veda la partecipazione dei pubblici ministeri e di altri soggetti istituzionali e che individui un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo;".

    Detta così, c’è da essere ragionevolmente sicuri che i cittadini non capiscano nemmeno di cosa si stia parlando; proviamo a tradurre.

    Obbligatorietà dell’azione penale significa: ogni volta che viene scoperto un reato si deve processare chi viene sospettato di averlo commesso. Il suo contrario è appunto la non obbligatorietà dell’azione penale: non per tutti i reati scoperti si debbono fare processi ma solo per alcuni. È un po’ come dire che, se uno abita in una grande casa, può decidere di pulire tutte le stanze; oppure di pulirne solo una parte.

    Ma perché si dovrebbe fare una cosa del genere? È ovvio che è più bello e salubre vivere in una casa pulitissima piuttosto che in una pulita solo a metà. La risposta è ovvia: perché non si hanno abbastanza domestici per pulirla tutta; oppure si hanno domestici pigri e fannulloni; oppure di alcune stanze non si ha proprio bisogno ed è inutile pulirle. Così si debbono prendere delle decisioni: assumere più domestici (ma magari non me lo posso permettere); licenziare quelli pigri (è inutile, sono uno peggio dell’altro); traslocare in una casa più piccola (non ce ne sono o mi dispiace). E allora mi tocca lasciare alcune stanze sempre sporche, non c’è niente da fare.

    Quindi, tornando alla giustizia, si può anche decidere di non fare tutti i processi che si dovrebbero fare e mandare impuniti un sacco di delinquenti; se le risorse non ci sono c’è poco da fare. Ma prima bisognerebbe vedere se questo è proprio vero; se, in realtà, prima di garantire l’immunità (parola ormai sdoganata da apposito provvedimento legislativo) a chi delinque, non sia possibile trovare altre risorse o usare bene quelle che ci sono. Ciò perché la non obbligatorietà dell’azione penale ha dei costi non da poco. A parte l’immoralità di non perseguire chi ha commesso un reato, che si traduce anche in un messaggio criminogeno nei confronti dei cittadini (commettete pure reati, tanto non vi facciamo niente); c’è un problema difficile da risolvere: chi sceglie quali reati perseguire e quali no?

    Le soluzioni praticabili sono due: il fai da te e il lascia fare al legislatore. Che vuol dire, nel primo caso, che ogni procura della repubblica decide quali reati privilegiare e quali lasciar perdere; e, nel secondo caso, che il Parlamento (o magari addirittura il Governo, così si perde meno tempo in discussioni inutili) stabilisce quali processi si debbono fare e quali no.

    La prima soluzione è certamente sbagliata: magari in Sardegna il reato più frequente e grave (nel senso che dà origine a faide sanguinose ed infinite) è l’abigeato (sarebbe il furto di bestiame); e al Nord ci si dedica con entusiasmo al falso in bilancio e alla frode fiscale; e magari al Centro e al Sud predominano corruzione e abusi d’ufficio. Che si fa? Il codice penale applicato a macchia di leopardo? E se poi un procuratore sardo arriva a Milano e si mette in testa che, anche lì, l’abigeato è una realtà criminosa gravissima? Chi lo controlla? Anzi, chi li controlla tutti questi procuratori dotati di un potere così grande di cui però non rispondono a nessuno?

    Insomma questa strada è sicuramente sbagliata.

    La seconda è assai peggiore. Che succederebbe nel nostro Paese se fosse la politica a stabilire quali reati vanno perseguiti e quali no? Non a caso ho usato il termine "politica" per indicare l’assetto organizzativo cui allude l’ "Atto di Sindacato Ispettivo" della pattuglia di senatori in servizio estivo. Perché, sia il "procedimento per la fissazione dei criteri per l’uso dei mezzi di indagine e per l’esercizio dell’azione penale" sia il "procedimento …. per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo" hanno una caratteristica: l’individuazione, quale boss di tutto il procedimento, di "un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento". Dunque una scelta politica dei reati da perseguire e di quelli da lasciar perdere.

    Bene. Qualcuno ha dei dubbi sulla categoria nella quale sarebbero alloggiati i reati di falso in bilancio e gli altri reati societari? O quelli di frode fiscale? O quelli di corruzione? O quelli di abuso edilizio? O quelli di abuso di ufficio? Mi viene in mente anche il reato di finanziamento illecito dei partiti politici ma quasi non lo scrivo perché mi viene da ridere.

    Insomma voglio dire che affidare alla classe politica la scelta dei reati da non perseguire produrrebbe in automatico una lista dei reati tipici della classe politica stessa.

    Sicché si vede bene che abbandonare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale (puliamo tutta la casa) e adottare quello della non obbligatorietà (ne puliamo solo alcune stanze) è una scelta complicata. E però può anche darsi che sia necessaria. Ma allora prima vediamolo, se è proprio necessaria.

    Il processo penale è lunghissimo (troppo dice, con ragione, la pattuglia di senatori). Allora rendiamolo più corto. Ci avete provato? Avete nominato i giudici necessari, bandendo i relativi concorsi (sono scoperti circa 1500 posti)? No, vero? Avete assunto il personale amministrativo che manca (il 30 % dei funzionari amministrativi)? No, vero? Avete comprato computer, stampanti, fotocopiatrici, autovetture, sistemi informatici moderni, insomma quello che serve per lavorare? No, vero? Allora perché, prima di lasciare sporca metà della casa, non provate a procurarvi le risorse necessarie per tenerla pulita tutta?

    Ma perché, mi pare di sentirli, mica viviamo nel paese dei puffi, noi tutti questi soldi non li abbiamo. E magari hanno ragione. Allora proviamo con le soluzioni che non costano niente.

    Avete ridisegnato le circoscrizioni giudiziarie e abolito più o meno la metà dei tribunali e delle procure italiane? Anche questo no, eh? Eppure lo sapete che otterreste un sacco di risorse in più per far funzionare quelli che restano e che risparmiereste anche un sacco di soldi. Eh, ma come si fa con gli amministratori locali, compagni di partito che non ne vogliono sapere di far perdere alla loro città il tribunale; magari perdono qualche voto… E gli avvocati delle piccole città dove li mettiamo, anche loro sono elettori. Mi rendo conto…

    Avete previsto un diverso regime delle notifiche, per esempio l’obbligo per ogni avvocato di avere un indirizzo e-mail e la validità delle notifiche effettuate in questo modo (così si risparmiano gli ufficiali giudiziari)?

    Avete previsto l’obbligo per ogni imputato di eleggere domicilio presso il suo avvocato? Così non dobbiamo fare i salti mortali per trovarlo ogni volta e rinviare il relativo processo.

    Avete previsto l’abolizione del processo d’appello (per tutti, non solo in caso di appello del pubblico ministero; che diamine, accusa e difesa con pari diritti, lo dite sempre). Eppure dovreste sapere che nella maggior parte dei Paesi occidentali (che vengono sempre portati ad esempio, in genere a sproposito, quando conviene) il processo d’appello non esiste.

    Avete previsto la depenalizzazione di quei reati che potrebbero essere puniti con una multa ad opera di Vigili Urbani, ASL, Ufficio delle Imposte, INPS etc. (dalla sosta con il tagliando falsificato all’omesso versamento delle ritenute INPS)?

    Avete previsto una delle decine di riforme che qualsiasi magistrato è in grado di indicarvi, che non costerebbero niente, farebbero risparmiare soldi e renderebbero celere il processo? Dimenticavo, senza toccare le garanzie difensive, per carità, siamai che un colpevole abbia meno chances di scamparla. Ma certo che non avete fatto nulla di tutto questo.

    Allora perché decidere di lasciare metà della casa sporca senza prima sbattersi per vedere come è possibile tenerla pulita? Sarà che, in quelle stanze buie e non frequentate, qualcuno ci si troverà bene?"

     

    Opposizione di facciata

     

    Dal blog di Di Pietro

    Ho letto che la petizione lanciata dal Partito Democratico ha raggiunto un milione di firme. E' una petizione che in apparenza dice tutto, ma che in pratica non serve a niente, perché resteranno firme inutili, sulla carta, che Berlusconi non si degnerà nemmeno di prendere in considerazione.

    Sono amareggiato con il PD e con Walter Veltroni. Non capisco come possa vantarsi del milione di firme quando ne erano sufficienti 500 mila per mettere Berlusconi con le spalle al muro e abrogare la legge "Salva Premier". Il governo sarebbe stato in discussione sul piano morale, su quello del conflitto d´interessi, e sarebbe stata evidente a tutti l’anomalia di un signore che fa le leggi per non farsi processare. Mi spiace constatare che ci sono due opposizioni: una fatta solo di parole e una vera, che cerca di agire con i fatti.

    Non si può rimanere nell’immobilismo. Sia chiaro, non abbiamo bisogno di aiuti, ce la faremo da soli, con l’aiuto dei cittadini. Lanceremo il referendum contro il lodo Alfano il 12, 13 e 14 settembre alla festa di Vasto. L’Italia dei Valori rispetta i propri impegni con gli italiani. Questa è la differenza, sostanziale, tra noi e il Partito Democratico: loro raccolgono firme inutili con un’operazione di facciata, noi, invece, facciamo opposizione vera.

     

     

     
    August 22

    Dopo le api, le ostriche

     
    Maurizio Blondet     16 agosto 2008  
     
    Sulla Manica, il 40% delle ostriche «giovani» (di 18 mesi) sono morte. Quanto alle larve di 12 mesi («naissans» nel gergo degli ostricari francesi) la perdita si calcola all’85%. Ciò significa che questo Natale - tradizionale periodo della scorpacciata - sarà l’ultimo in cui si potranno mangiare le ostriche, perchè solo le più mature sono sopravvissute.
    Nel 2009 ci saranno due volte meno di ostriche del normale, e nel 2010 praticamente nessuna. Per i 15 mila allevatori della Bassa Normandia, che producono di solito 130 mila tonnellate d’ostriche, per 266 milioni di euro nel 2006, è la casastrofe.
    Disoccupazione certa per i lavoratori fissi e già in atto per gli stagionali, incaricati di «scuotere» e rovesciare le «tasche» colme di ostriche in crescita nei cosiddetti «parchi», gli specchi d’acqua tranquilla dedicati a questa coltivazione di lusso.
    L’Institut français de recherche pour l'exploitation de la mer (Ifremer), ha mandato d’urgenza i suoi esperti per studiare l’ecatombe e i rimedi posssibili. Apparentemente, gli specialisti si orientano a pensare all’opera di un virus, denominato OsHN-1, reso più virulento dal cambiameno climatico. Altri accusano la temperatura, alta in modo anomalo, dell'acqua. Altri ancora accusano la eutrofizzazione delle acque, che sottrae ossigeno ai molluschi. La verità - tragica - è che nessuno sa veramente cosa sia successo, e come rimediare. Si ripete quel che è già successo alle api, decimate in USA ed in Europa da una misteriosa malattia. Solo, colpisce la rapidità della strage.
    «E’ accaduto in due giorni», dice Françoise Leroux, ostricultrice a Blainville, nella Bassa Normandia: «Lunedì 30 giugno ho rivoltato le tasche delle larve, ed erano tutte vive; mercoledì 2 luglio, ho trovato le ostiche in posizione verticale e aperte». Due giorni.
    Qualcosa del genere era avvenuto anche negli anni '70, quando l’ostrica piatta portoghese, coltivata allora, era stata distrutta da un agente patogeno. Fu sostituita dall’ostrica cava giapponese, che ora copre il 99% della produzione francese; a quanto pare, ora è questa a subire lo sterminio.
    Qualche ostricultore ammette che il bacino dlela Bassa Normandia, relativamente nuovo a questo allevamento, s’è sviluppato troppo velocemente e troppo densamente, fino a raggiungere la produzione del sito storico delle ostriche, nel Poitu-Charentes.
    C’è chi sospetta dei moderni metodi: un tempo le larve di ostriche erano prese in natura sulla costa atlantica, oggi sono coltivate fin dall’inizio nelle «ecloseries», sorta di giardini d’infanzia per molluschi, ma sovraffollati. Qualcuno confessa di aver riempito troppo le «tasche» immerse, a rischio di una trasmissione più facile delle malattie.
    Insomma, il motivo di fondo è quello stesso che mette a rischio l’agricoltura: la monocultura artificiale ed intensiva. E l’uso eccessivo di fertilizzanti. Sparsi eccessivamente sui campi, finiscono in mare dilavati dalle piogge e stimolano la crescita abnorme di alghe - le quali consumano tutto l’ossigeno, lasciandone poco agli altri viventi.
    Proprio nel numero del 15 agosto la rivista Science ha elencato oltre 400 zone costiere soffocate da fertilizzanti e rifiuti industriali, dove il mare è ormai un deserto. Il numero delle «zone morte» è raddoppiato ogni decennio dagli anni '60.
    Fortunatamente, questo effetto sembra essere reversibile: la rinuncia ai fertilizzanti in certe aree dell’ex Unione Sovietica ha portato abbastanza rapidamente ad una ri-ossigenazione delle acque.
    L’Istituto nazionale agrario francese raccomanda di «diminuire l’utilizzo di concimi chimici e di fitosanitari», ciò che si può fare senza penalizzare i rendimenti. La FAO riconosce che, almeno in Europa occidentale, si è coscienti del problema e che nei quattro anni prossimi la quantità di fertilizzanti usata dovrebbe diminuire. Ma non nel resto del mondo.
    (Fonte: Le Monde, 16 agosto 2008)
     
    http://www.effedieffe.com/content/view/4175/171/
     
     

    La nicotina e la morte delle api

     
    Dal blog di Grillo:
     
    Se vedete un’ape che muore, preoccupatevi. Albert Einstein disse: “Se l’ape scomparisse, all’uomo resterebbero quattro anni di vita”.
    Le api producono miele, pere, mele, pomodori, trifoglio, erba medica, latte, carne. Trasportano il polline e trasformano il mondo in cibo. Le api, un bioindicatore dell’ambiente, sono una specie a rischio. Oggi loro, domani noi. Il Guardian nell’articolo “Honeybee deaths reaching crisis point” riporta che un terzo dei 240.000 alveari britannici è scomparso durante l’inverno e la primavera. Il ministro inglese Rooker ha dichiarato che, se non cambierà nulla, entro dieci anni non ci sarà più un’ape nell’isola. Le api contribuiscono all’economia britannica per 165 milioni di sterline all’anno per la produzione di frutta e verdura. Oltre al miele naturalmente. La Honey Association prevede che il miele locale sarà finito in Gran Bretagna entro Natale. Riapparirà sulle tavole soltanto nell’estate del 2009.
    La crisi è mondiale. Il maggior produttore di miele è l’Argentina che ha ridotto del 27% le sue 75.000 tonnellate annue. Negli Stati Uniti (-25% degli alveari nel 2008) e nel resto del mondo le api ci stanno lasciando. In Italia è una strage. Nel 2007 sono morte il 50% delle api, persi 200.000 alveari e 250 milioni di euro nel settore agricolo. Ma non è una priorità. Gli inutili soldati nelle strade, il bavaglio alla Giustizia con la separazione delle carriere, le impronte ai bambini Rom, il lodo Alfano per la messa in sicurezza della banda dei quattro, gli inceneritori della Impregilo. Queste sono priorità!
    Perché le api muoiono? Per l’ambiente, il clima, la varoa (un acaro), i pascoli trasformati in coltivazioni di soia per i biocarburanti, per i pesticidi, l’inquinamento dei corsi d’acqua. Gli alveari si spopolano per il fenomeno del CCD (Colony Collapse Disorder) perché la razza umana sta avvelenando il mondo.
    Qualcosa in Italia si può fare e subito. Vietare l’uso dei pesticidi nicotinoidi. In Francia lo hanno già fatto. Sulle api hanno l’effetto della nicotina. Gli fanno perdere il senso dell’orientamento, non riescono a ritornare nell’alveare e muoiono.
    Chi usa o produce un pesticida nicotiniode mette a rischio, oltre alle api, anche la nostra sopravvivenza. Datemi una mano, inserite nei commenti di questo post informazioni sui produttori, sugli utilizzatori, sulle conseguenze sull’ambiente.
    Chi avvelena un’ape, avvelena anche te.
     
     
    August 19

    A te

     
    Dedicato a mia figlia
     
    A te che sei l’unica al mondo
    L’unica ragione per arrivare fino in fondo
    Ad ogni mio respiro
    Quando ti guardo
    Dopo un giorno pieno di parole
    Senza che tu mi dica niente
    Tutto si fa chiaro
    A te che mi hai trovato
    All’ angolo coi pugni chiusi
    Con le mie spalle contro il muro
    Pronto a difendermi
    Con gli occhi bassi
    Stavo in fila
    Con i disillusi
    Tu mi hai raccolto come un gatto
    E mi hai portato con te
    A te io canto una canzone
    Perché non ho altro
    Niente di meglio da offrirti
    Di tutto quello che ho
    Prendi il mio tempo
    E la magia
    Che con un solo salto
    Ci fa volare dentro all’aria
    Come bollicine
    A te che sei
    Semplicemente sei
    Sostanza dei giorni miei
    Sostanza dei giorni miei
    A te che sei il mio grande amore
    Ed il mio amore grande
    A te che hai preso la mia vita
    E ne hai fatto molto di più
    A te che hai dato senso al tempo
    Senza misurarlo
    A te che sei il mio amore grande
    Ed il mio grande amore
    A te che io
    Ti ho visto piangere nella mia mano
    Fragile che potevo ucciderti
    Stringendoti un po’
    E poi ti ho visto
    Con la forza di un aeroplano
    Prendere in mano la tua vita
    E trascinarla in salvo
    A te che mi hai insegnato i sogni
    E l’arte dell’avventura
    A te che credi nel coraggio
    E anche nella paura
    A te che sei la miglior cosa
    Che mi sia successa
    A te che cambi tutti i giorni
    E resti sempre la stessa
    A te che sei
    Semplicemente sei
    Sostanza dei giorni miei
    Sostanza dei sogni miei
    A te che sei
    Essenzialmente sei
    Sostanza dei sogni miei
    Sostanza dei giorni miei
    A te che non ti piaci mai
    E sei una meraviglia
    Le forze della natura si concentrano in te
    Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
    Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
    A te che sei l’unica amica
    Che io posso avere
    L’unico amore che vorrei
    Se io non ti avessi con me
    a te che hai reso la mia vita bella da morire, che riesci a render la fatica un immenso piacere,
    a te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande,
    a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più,
    a te che hai dato senso al tempo senza misurarlo,
    a te che sei il mio amore grande ed il mio grande amore,
    a te che sei, semplicemente sei, sostanza dei giorni miei, sostanza dei sogni miei...
    e a te che sei, semplicemente sei, compagna dei giorni miei...sostanza dei sogni...
     
    August 18

    Corre, corre la locomotiva …

     
    Dal blog di Grillo:
     

    Dante De Angelis, ferroviere, è stato licenziato per aver espresso la sua opinione sugli incidenti ai treni Eurostar. Due si sono spezzati in pochi giorni, il 14 e il 22 luglio, a Milano. Per mancanza di manutenzione e per usura secondo De Angelis, per errore di manovra da parte del personale secondo Trenitalia.

    Dante è un Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Era già stato licenziato nel 2006 per ver sottolineato l’insicurezza dei treni e reintegrato dopo sette mesi passati senza stipendio. Il giorno di Ferragosto è stato allontanato dal posto di lavoro, senza aver ricevuto neppure una lettera di licenziamento. Un trattamento che non si riserva neppure ai cani rabbiosi. Giancarlo Cimoli e Elio Catania che hanno contribuito all’attuale situazione delle Ferrovie dello Stato sono stati allontanati con milioni di euro di buonuscita (Perché cari politici? Perché?). Dante con un calcio nel culo.

    La rivista storica dei macchinisti “Ancora In Marcia!” ha scritto: ''Il licenziamento di De Angelis assume i contorni di una sorta di rivalsa da parte dei massimi dirigenti FS sottoposti a procedimenti penali proprio a seguito delle denunce dei RLS”. La Segreteria Generale del SAP, il Sindacato Autonomo di Polizia, con numerosi iscritti tra gli agenti della Polizia Ferroviaria è dello stesso parere: “Anche a nome degli oltre 5.000 operatori della Polizia Ferroviaria che ogni giorno sono in servizio sui treni e nelle stazioni per garantire la sicurezza ai cittadini che viaggiano, esprimiamo solidarietà piena al macchinista e RLS Dante De Angelis che ha denunciato i problemi legati alla rottura degli Eurostar e alla manutenzione. I problemi legati alla sicurezza dei convogli e alla manutenzione sono noti anche agli operatori della Polizia di Stato che i treni li frequentano per servizio e del resto alcune inchieste, portate avanti da autorevoli giornali, confermano che problemi esistono. Anche la magistratura, a quel che ci risulta, sta indagando su alcuni recenti incidenti".

    Intanto, mentre Dante viene licenziato, un altro treno, il terzo in un mese si è spezzato in due. Un merci in una galleria vicino a Salerno. Quindici rappresentanti RLS hanno denunciato il fatto. Si aspetta anche il loro licenziamento da parte dell’ex sindacalista burro e cacao Mauro Moretti, oggi amministratore delegato di FS.

    De Angelis non può essere licenziato per aver messo in dubbio la sicurezza degli Eurostar, fa il suo mestiere. Il blog sosterrà il reintegro immediato di Dante in Trenitalia, i passeggeri hanno bisogno di gente come lui, che pensa alla loro incolumità e non alla poltrona. Il blog, inoltre, si occuperà dei treni ad alta velocità e dei procedimenti penali contro i vertici delle Fs.

    “Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva…”

    Allegato: Contestazione disciplinare a Dante De Angelis e la sua risposta a Trenitalia

     


     

    I mantenuti autonomi

     
    Dal blog di Grillo:
     
    Chi varca i confini che separano il Piemonte e il Veneto dalla Valle d’Aosta e dalla Provincia autonoma di Trento ha l’impressione di cambiare Stato. Di entrare in Francia o in Austria. Tutto è più bello. Più ordinato, più ricco. Il merito è degli schei, dei danèe, delle palanche. Le Regioni a Statuto Speciale hanno diritto a entrate tributarie che le altre Regioni si sognano. Gli effetti benefici si vedono sul tenore di vita degli abitanti (autonomi), tranne che per la Sicilia dove c’è la trattenuta alla fonte della Mafia. Vuoi un mutuo per la casa agevolato? C’è la Regione. L’autostrada gratis? C’è la Regione. La benzina con lo sconto? C’è la Regione.
    In Italia alcune aree geografiche sono più uguali delle altre con i soldi delle altre. Il Friuli Venezia Giulia riceve quattro miliardi di euro all’anno. La Provincia di Bolzano tre miliardi e ottocento milioni. La Sardegna sei miliardi. La Valle d’Aosta un miliardo e trecento milioni per 125 mila abitanti. La Sicilia 11 miliardi e trecento milioni. La Provincia di Trento tre miliardi e mezzo. Se la legge è, o dovrebbe essere, uguale per tutti i cittadini italiani, lo stesso dovrebbe valere anche per il trattamento fiscale. Se nasco a Mondovì, Piemonte, devo avere gli stessi servizi di chi nasce a Arnad, Valle d’Aosta.
    I paesi confinanti con le Regioni del Bengodi vogliono farsi annettere, succede in Veneto e in Piemonte. I cittadini aspiranti autonomi tengono referendum consultivi. Vogliono farsi mantenere un po’ anche loro.
    Per ogni su c’è sempre un giù e per ogni Regione a statuto speciale c’è almeno una Regione a statuto subnormale. E’quella che caccia l’euro per gli altri e ha servizi da terzo mondo.
    August 13

    Georgia: ha perso Israele

     Maurizio Blondet         11 agosto 2008
     
    Un «mercenario americano» sarebbe stato catturato nell’Ossezia del Sud mentre combatteva per i georgiani in qualità di «istruttore». Lo riporta la radio locale Osetinskoe Radio, che precisa: l’uomo faceva parte di un gruppo di stranieri armati catturati vicino al villaggio di Zar, che si trova lungo quella che gli osseti russofoni considerano «la via della vita», perchè vi passano i rifornimenti dalla Russia. Il personaggio catturato sarebbe pure negro, e sarebbe stato portato a Vladikavkaz «per accertamenti sui motivi della sua permanenza in Ossezia».
    La notizia non è controllata. Ma viene fra molte informazioni che confermano la presenza di combattenti stranieri. Secondo Eduard Kokoity, «presidente» della Sud-Ossezia citato dall’agenzia russa RIA, «dopo i combattimenti abbiamo trovato numerosi cadaveri di cittadini baltici ed ucraini; in seguito sono stato informato che corpi di diversi negri sono stati trovati sulla scena della battaglia presso la scuola numero 12» (1).
    In attesa di conferme, ce n’è già più d’una da parte giudeo-occidentale. Il giorno 8 agosto, quando i kartuli sono partiti all’attacco convinti di una rapida vittoria sugli osseti, il ministro georgiano Temur Yakobashvili, che è ebreo come indica il suo nome («figlio di Yakov»), e parla un ebraico fluente, esultava pubblicamente: «Gli israeliani devono essere fieri dell’addestramento che hanno dato ai soldati georgiani... Ora speriamo nell’assistenza della Casa Bianca, perchè la Georgia non può vincere da sola».
    Ancor più chiaramente l’agenzia israeliana Debka (un noto centro di disinformazione del Mossad), lo stesso giorno, sicura della vittoria, annunciava: «Cingolati e fanteria georgiani, aiutati da istruttori militari israeliani, nella mattinata hanno conquistato la capitale della Sud-Ossezia secessionista, Tskhinvali». E, citando «le sue esclusive fonti militari» era in grado di spiegare quale sia «l’ìnteresse di Israele nel conflitto» (2).
    Eccolo:
    «Gerusalemme possiede un forte interesse nella pipeline che porta gas e greggio del Caspio al porto turco di Ceyhan, senza bisogno di usare le reti di gasdotti russi. Sono in corso intensi negoziati tra Israele, Turchia, Georgia, Turkmenistan e Azerbaijian affinchè l’oleodotto raggiunga la Turchia e da lì il terminale petrolifero di Israele ad Ashkelon e di seguito il porto di Eilat sul Mar Rosso. Da lì, super-petroliere possono portare il gas e il greggio in estremo oriente attraverso l’oceano indiano».
    Dunque la Vittima Eterna non vuole solo assicurarsi il petrolio per i suoi consumi interni, bensì partecipare al grande business, far dipendere l’Asia dalla sua buona volontà di fornitrice.
    Debka continua: «L’anno scorso il presidente georgiano ha assunto da ditte israeliane di sicurezza (sic) alcune centinaia di istruttori militari, si stima oltre mille, per addestrare le forze georgiane in tattiche di commando, e di combattimento aereo, navale e corazzato. Hanno fornito addestramento in intelligence militare e sicurezza per il regime. Tbilisi ha anche comprato armamento e sistemi elettronici d’intelligence e di puntamento da Israele. Questi istruttori sono fortemente impegnati nella preparazione della armata georgiana alla conquista della capitale del Sud-Ossezia».
    Non basta. Debka rivela che «nelle scorse settimane Mosca ha ripetutamente chiesto a Gerusalemme di smettere la sua assistenza militare alla Georgia, fino a minacciare una crisi della relazioni bilaterali. Israele ha risposto che l’assistenza fornita a Tbilisi era solo difensiva».
    Se le cose stanno così, la conclusione è inevitabile: non è il dittatore di Kartulia, bensì Israele ad aver subìto una cocente sconfitta in Ossezia. Una replica del fallito attacco contro Hezbollah, e per gli stessi motivi: cieca presunzione della propria superiorità, credenza nella propria stessa propaganda (Hezbollah: belve arretrate, Russia: tigre di carta incapace di riempire il vuoto lasciato dall’URSS), e soprattutto, il risultato della «americanizzazione» dell’ex-glorioso Tsahal, da snella armata di aggressione-lampo a dinosauro dalla logistica pesante «made in Pentagon», con ricorso a «ditte» di mercenari (privatizzazione ed outsourcing della guerra: la bella trovata di Rumsfeld), e dalla tipica ottusità tattica made in USA: una vera tradizione questa, che risale alla guerra di Corea, continua ostinatamente e senza rimedio in Vietnam, e di cui si vedono gli ultimi effetti in Iraq e Afghanistan.
    Ciò dovrebbe indurre a qualche riflessione gli europei, il Berlusconi compreso: tutti accaniti a chiedere ragione a Putin della reazione «sproporzionata» in Ossezia, se non fossero i maggiordomi del Katz dovrebbero chiedere a «Gerusalemme» (ma la capitale non era Tel Aviv?) qualche ragione della sua presenza militarista in Georgia, apparentemente col coinvolgimento diretto di suoi mercenari (oltre a qualche povero negro americano) negli scontri. E’ legale? Che cosa dice in proposito il famoso diritto internazionale?
    Invece avviene il contrario, naturalmente.
    Battezzata «Operation Brimstone» (Operazione Zolfo), una delle più vaste esercitazioni aeronavali occidentali del dopoguerra è finita il 31 luglio nell’Atlantico. La grande manovra ha visto impegnati un «supergruppo di battaglia» portaerei USA, un gruppo  di spedizione USA con portaerei, un gruppo di battaglia portaerei della Royal Navy britannica, un sottomarino nucleare da caccia francese, e un gran numero di incrociatori, fregate e cacciatorpediniere americani, nella parte delle «forze nemiche» (3).
    Lo scopo dichiarato di queste grandi manovre della più grande armata occidentale dai tempi della prima  guerra all’Iraq è attuare il più severo blocco navale attorno all’Iran. Benchè produttore di petrolio, l’Iran ha limitate capacità di raffinazione; importa il 40% delle benzine e dei carburanti di cui ha bisogno. Bloccare l’arrivo delle benzine e dei carburanti è giudicato il solo modo di colpirne gravemente l’economia. L’Europa dunque partecipa a questo blocco, che è un atto di guerra secondo il diritto internazionale. Ancora una volta, è la scuola israeliana a dettare la legge di guerra: il trattamento-Gaza anche per gli iraniani, la «cura dimagrante».
    Ma la quantità e il volume di fuoco della flotta messa in campo non può essere diretta solo all’Iran. E’ volto a dissuadere ben determinati Paesi - la Russia e la Cina, che è uno dei maggiori clienti del petrolio iraniano - ad opporsi al blocco, magari scortando con proprie navi militari le petroliere con i prodotti raffinati acquistati da Teheran.
    Quanto alla Russia, si tratta di tenere sotto schiaffo, e dissuadere dall’intervenire, la flotta del Mar Nero recentemente spostata nel Mediterraneo, con base nel porto siriano di Tartus: guidata dalla portaerei moderna «Ammiraglio Kusnetsov» (che porta una cinquantina di caccia e una decina di elicotteri) e l’incrociatore lanciamissili «Moskva».
    Nei giorni scorsi la Moskva, accompagnata dalla corvetta Smetlivy sono state spostate nell’area orientale del Mar Nero, davanti alla Georgia, con il dichiarato scopo di assistere gli osseti in fuga davanti all’invasione georgiana del loro territorio: almeno 30 mila persone su 70 mila, terrorizzati dalle atrocità di cui sono stati testimoni.
    Nei loro racconti, parlano di bombe a mano tirate dai soldati georgiani nelle cantine dove gli abitanti si erano rifugiati dai bombardamenti, di soldati russi della forza d’interposizione feriti, catturati e giustiziati sommariamente, di un inizio di pulizia etnica (il presidente Medvedev ha parlato di genocidio). Le oltre duemila vittime civili paiono confermare: non si è cercato di fare un’operazione militarmente «pulita», bensì di spargere il terrore con massacri, per spingere alla fuga la popolazione.
    Ancora una volta, è la scuola israeliana all’opera: il «trattamento Deir Yasin». E la Francia del Sarko-katz partecipa all’avventura con un sommergibile atomico. Visto che Berlusconi è spesso al telefono con Sarko, che è pure presidente semestrale della UE, non potrebbe chiedergli ragione di tanto impegno? E magari una telefonata di richiesta di chiarimenti «all’amico Bush» su quei negri ammazzati e catturati in territorio altrui? Invece no: chiede moderazione solo all’«amico Putin».
    Le grandi manovre giudaico-cristiane («Brimstone» nell’Atlantico, e «Immediate Response» in Georgia, entrambe finite il 31 luglio, a ridosso dell’attacco di Kartulia agli osseti) fanno pensare che Saakashvili, dopotutto, non abbia agito di testa sua; l’attacco deliberato pare iscriversi in un più vasto piano concertato di provocazione ed affermazione di potenza, per il dominio totale delle fonti petrolifere. Una strategia alla Brzezinsky, sul «grande scacchiere» geopolitico, contro i nemici storici reali, Russia e Cina.
    Se è così, mai nome fu più adatto ad una esercitazione: «Operazione Zolfo» ha l’intento di incendiare definitivamente l’area del petrolio del Golfo. In qualche modo, la strategia Us-raeliana sembra quella di reagire alle proprie sconfitte aumentando la posta.
    Ci sono brandelli di informazioni, che non troverete sui nostri media alla Riotta, e che paiono confermare questa volontà di escalation.
        • Il ministero degli Esteri ucraino ha dichiarato che l’Ucraina si riserva il diritto di impedire il ritorno della flotta russa del Mar Nero, ora impegnata al largo della Georgia, nei porti ucraini (4). In base ad un accordo firmato fra i due Paesi, la flotta bellica russa ha il diritto di usare i porti ucraini fino al 2017. Evidentemente la «democrazia» ucraina, che deve la sua esistenza a Washington non meno della «democrazia» in Kartulia, arde dalla voglia di impicciarsi nel conflitto, troppo «limitato» secondo i gusti del suo padrone a Washington. Bisogna ampliarlo, e l’Ucraina si presta.
        • Gli americani si apprestano a trasportare, con ponte aereo, metà del contingente di Kartulia che è impegnato in Iraq, e che ne fa il terzo dei contingenti alleati, dopo americani e britannici. Mille uomini subito «entro 96 ore», gli altri mille al più presto, ha detto il colonnello Bondo Maisuradze: «Gli USA ci forniranno il trasporto» (5). Dunque il Pentagono, mentre chiede il cessate il fuoco a Putin, prepara il suo satellite georgiano ad un qualche contrattacco. E in ogni caso, il ponte aereo dell’USAF espone gli aerei americani al contatto con le armi russe: una provocazione aperta, magari alla ricerca di un «incidente».
        • Nel lontano Kirghizistan, in una casa di Bishkeh (la capitale) affittata a cittadini americani con passaporto diplomatico, la polizia locale - allertata dai vicini - ha trovato un vero arsenale: 53 armi da fuoco anche «di grosso calibo» oltre a «lanciagranate, fucili mitragliatori, pistole, carabine da cecchino e 15 mila proiettili». I cittadini americani che sorvegliavano le armi sono «due dipendenti dell’Ambasciata USA e dieci militari americani nel Paese, dicono loro, per addestrare le forze speciali kirghize». Un dettaglio che il ministro degli Interni kirghizo, Temirkan Subanov, e il ministero della Difesa, negano con forza. C’è un accordo con gli USA, dicono, per addestrare gli agenti anti-droga (l’oppio afghano passa di lì), ma l’addestramento non richiede nè contempla armamento pesante. L’ambasciata USA ha emesso un comunicato in cui insiste: l’arsenale era lì con il permesso e su richiesta del governo kirghizo (6).

    Insomma l’America sta rimestando attivamente nel torbido, incitando i suoi satelliti e provocando, in tutta la vasta area d’influenza russa. L’Europa - tramite le sue cosche non-elette - è della partita, all’insaputa dei suoi cittadini.
    I nostri media non ci informano del fatto che siamo già schierati nella guerra di aggressione più inaudita della storia, a provocare il nostro massimo e più affidabile fornitore di prodotti energetici. Al contrario, titolano «Putin piega la Georgia» (Repubblica), «Mosca cieca» (Il Manifesto), ed evocando l’invasione sovietica a Praga nel 1968.
    Quanto al Papa, invoca la pace in nome delle «comuni radici cristiane», come se il cristianesimo c’entrasse qualcosa: che analisi fanno, in Vaticano? Hanno delle informazioni proprie? Che ideologia sposano? La giudaizzazione della Chiesa la porta alla rovina mentale.
    Si vede che siamo sotto protettorato di Katz, con direttori di TG del Katz, e giornali di sinistra molto del Katz.
     
    1) «Did mercenaries help Georgia?», Russia Today, 10 agosto 2008. Con foto di corpi dei misteriosi combattenti, che portano mimetiche NATO. il sito Russia Today è stato oscurato per diverse ore, non certo da Mosca.
    2) «Israel backs Georgia in Caspian Oil Pipeline Battle with Russia», Debka File, 8 agosto 2008.
    3) «Major Armada prepares for Iran blockade», Europebusiness.blogspot, 7 agosto 2008. «The lead American ship in these war games, the USS Theodore Roosevelt (CVN71) and its Carrier Strike Group Two (CCSG-2) are now headed towards Iran along with the USS Ronald Reagon (CVN76) and its Carrier Strike Group Seven (CCSG-7) coming from Japan.
    They are joining two existing USN battle groups in the Gulf area: the USS Abraham Lincoln (CVN72) with its Carrier Strike Group Nine (CCSG-9); and the USS Peleliu (LHA-5) with its expeditionary strike group. Likely also under way towards the Persian Gulf is the USS Iwo Jima (LHD-7) and its expeditionary strike group, the UK Royal Navy HMS Ark Royal (R07) carrier battle group, assorted French naval assets including the nuclear hunter-killer submarine Amethyste and French Naval Rafale fighter jets on-board the USS Theodore Roosevelt. These ships took part in the just completed Operation Brimstone.
    The build up of naval forces in the Gulf will be one of the largest multi-national naval armadas since the First and Second Gulf Wars. The intent is to create a US/EU naval blockade (which is an Act of War under international law) around Iran (with supporting air and land elements) to prevent the shipment of benzene and certain other refined oil products headed to Iranian ports».
    4) «Ukraine threatens to bar Russian warships», Reuters, 10 agosto 2008.
    5) Deborah Haynes, «Georgia sends troops from Irak to South-Ossetia», Times, 10 agosto.
    6) «US arms cache found in Kyrgyzistan», Kommersant, 6 agosto 2008.
     
     

    Georgia - Cosa vuole Putin

     
    Maurizio Blondet     12 agosto 2008  
      
     
    La stampa occidentale vive la disfatta georgiana come propria: oddio, quando si fermeranno i cingolati russi? Mosca vuole annettersi la Georgia? Torna  l’impero sovietico? Dove vuole arrivare Putin? L’angoscia servile, a quanto pare, rende sordi. Cosa vuole Mosca, l’ha detto chiaro Sergei Lavrov a Condy Rice: «Saakasvili must go», se ne deve andare. Anche Kouchner se lo dev’essere sentito ripetere.
    La mediazione francese, se non si limitasse a servire Usrael, potrebbe fare molto. Perchè ha sottomano l’uomo giusto, che vive a Parigi dove ha ottenuto l’asilo politico: Irakli Okruashvili.
    E chi è?
    Okruashvili è stato ministro della Difesa di Saakasvili. Fino al novembre scorso, quando un forte movimento d’opposizione è sceso in piazza a reclamare «Saakashvili must go», e il Gran Kartulo ha risposto imponendo a Tbilisi la legge marziale (tale è la «democrazia» georgiana); Okruashvili, passato all’opposizione, lo ha accusato pubblicamente di corruzione e di assassinii vari, ed ha dovuto scappare all’estero. Saakashvili ne ha chiesto l’estradizione, rifiutata il giugno scorso da un tribunale francese.
    Come si vede, c’è una potenziale convergenza fra la popolazione georgiana e Mosca: Saakashvili se ne vada, l’avevano già chiesto i georgiani l’autunno passato. La gente lo accusa di aver scandalosamente arricchito se stesso e la sua famiglia, a cominciare da suo zio (fratello di suo madre, il capoclan) Timur Alasaniya, accaparrandosi le concessioni commerciali, petrolifere e portuali del Paese, nonchè grasse tangenti sull’acquisto delle armi da USA e Israele.
    Se non fossero russe le bombe che piovono loro sul capo, oggi una maggioranza di georgiani potrebbero sottoscrivere le parole di Vladimir Vasiliyev, presidente della Commissione Sicurezza della Duma di Mosca: «Gli anni della presidenza Saakashvili potevano essere impiegati in tutt’altro modo, rafforzando l’economia, sviluppando infrastrutture, risolvendo i problemi sociali nel Paese e anche in Sud-Ossezia ed Abkhazia. Invece, Saakashvili ha impiegato le risorse del Paese per accrescere la spesa militare da 30 milioni di dollari a un miliardo: tutto per prepararsi all’azione militare». Il lato comico è che il Gran Kartulo, non contento di arricchire lo zio Alasaniya, lo ha piazzato (con il placet di Washington) alla Commissione ONU per... il disarmo.
    Se i media occidentali, anzichè piangere sulla «piccola fragile democrazia minacciata» ascoltassero l’opposizione georgiana, vedrebbero che la soluzione del caso georgiano è più semplice di quanto sembra.
    Irakli Karabadze, per esempio, che è riuscito a riparare a New York, dopo essere stato messo in galera dalle teste di cuoio di Saakashvili per aver guidato una manifestazione di piazza anti-Kartulo la primavera scorsa: «Quando le bombe taceranno, credo che Saakashvili non sopravviverà alla sua avventura in Ossezia» (1). E’ lo stesso parere di Shalva Natelashvili, che dirige il Partito del Lavoro georgiano, e che tace solo per non farsi accusare, in questo momento, si essere anti-patriottica.
    Ovviamente, più a lungo le operazioni russe proseguono, più Saakashvili diventa la vittima e più il suo popolo si compatta per un’ovvia reazione psicologica. Ma oltre a militare in spirito per il «democratico», i giornali europei dovrebbero almeno riportare la posizione russa, che rende difficile un cessate-il-fuoco se prima non avviene in Georgia un cambio di regime (o di fantoccio).
    Mosca ha visto nel massacro di osseti operato dai georgiani una replica della «pulizia etnica» che USA ed UE hanno giudicato crimine contro l’umanità, quando a commetterlo era il loro protetto Slobodan Milosevic. Se hanno trascinato al Tribunale dell’Aja Milosevic, bisogna che  processino anche Saakashvili, dicono in Russia.
    Ovviamente, non ci credono. Sanno che Saakashvili è stato messo lì dagli americani per garantire l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che sottrae il greggio del Caspio alla sfera d’influenza russa per darlo in mano ad Israele (la quale punta, caricando il petrolio ad Eilat su petroliere e inoltrandolo all’estremo oriente asiatico, a neutralizzare completamente l’importanza strategica del Golfo Persico come transito dell’oro nero: che diventa così campo libero per le ulteriori guerre anti-islamiche). A Mosca hanno tutte le prove che Washington punta a balcanizzare il Caucaso, a farne una ex-Jugoslavia piena di basi americane.
    Gli USA hanno armato il secessionista ceceno Dudayev; hanno finanziato il terrorismo ceceno nei suoi crimini più atroci (la strage alla scuola di Beslan, qualche giornale la ricorda?); ed ora, da anni, armano Saakashvili e ne addestrano i corpo speciali colpevoli dei massacri in Ossezia. Per di più, gli americani vogliono coprire il loro fantoccio mettendolo sotto il manto della NATO.
    Se ciò sia bene per l’America, è una domanda sospesa. Ma almeno l’Europa dovrebbe considerare - con un brivido - che se oggi Saakashvili fosse già membro della NATO come caldamente vogliono e premono i neocon, saremmo già in guerra contro la Russia, nei rifugi a Milano e Berlino sotto il rombo dei Sukhoi, per nessun motivo decente.
    Per fortuna - non certo per merito europeo - non siamo a questo punto, e Saakashvili deve sorbirsi i Sukhoi per conto proprio. Ma  fino a quando?
    Secondo una fonte insospettabile, l’israeliano Maariv, USA ed Israele continuano anche in queste ore a rifornire di armi il Gran Kartulo (2). Lo fanno, come sanno bene a Mosca, usando una compagnia privata, la UTI WorldWide Inc., che fa decollare i suoi aerei da trasporto (ironicamente, di origine sovietica) dalla base giordana di Akaba, che il Pentagono usa di solito per inoltrare i rifornimenti in Iraq.
    Dunque i russi non possono smettere le operazioni, e la «mediazione» europea non ha possibilità. Berlusconi, dopo una telefonata all’«amico Putin», ha rilasciato una dichiarazione che addossa la responsabilità dei fatti a Saakashvili.
    Benino, ma c’è ancora un passo da fare: riconoscere che la NATO è diventata non solo controproducente agli interessi italiani ed europei, ma un pericolo immediato per l’Europa; che dunque, come minimo, occorre opporre un veto assoluto all’ammissione nell’Alleanza di Paesi-satelliti con capetti che hanno conti da regolare con Mosca, o che eseguono gli ordini americani. Poi, premendo sull’«amico Bush» perchè accetti il cambio di fantoccio in Kartulia, che è la sola e vera soluzione al problema.
    Pensate che lo farà? Che qualcuno in Europa lo farà? Per togliersi l’illusione, basta vedere come i media italiani ed europei in genere siano schierati tutti sulla posizione americana.
    Si arriva a questo: che mentre le stesse fonti israeliane, da Debka File a YNET ad Israel Today, ammettono la «Israeli connection» nel conflitto in Sud-Ossezia, i media europei e i giornali italiani - a cominciare da l’Unità - non ne dicono una parola (3). Eppure, lo so, i nostri colleghi leggono avidamente Debka File, se non altro per sapere cosa ordina il padrone, e quale disinformazione diffondere per far carriera. Come accade a tutti i servi e maggiordomi, siamo più realisti del re David.
    Può darsi che in questo servilismo ci sian una parte di vera paura della Russia, e la convinzione che l’America, la NATO, ci difendono. Anche qui, le notizie - se avessero il coraggio di leggerle - dicono un’altra verità.
    In Georgia, bloccati dal contrattacco russo che non avevano previsto, sono ancora mille soldati americani che hanno partecipato all’esercitazione «Immediate Response» conclusa il 31 luglio. Per la precisione, ci sono gli uomini della Southern European Task Force (Airborne) che  normalmente stanno a  Vicenza, il 21mo Comando di Teatro partito dalla  germanica Kaiserslautern, il 3° Battaglione Marines, e il 25moMarines venuto dall’Ohio (4).
    Come si vede, noi europei siamo già coinvolti, se non altro come passivi ospiti delle basi USA, adoperate oggi per le aggressioni in Caucaso ed Asia centrale. Nel servaggio c’è la viltà: forse la convinzione che gli americani sono comunque «i più forti», dunque ci conviene stare con loro. Ma è proprio così?
    Il Pentagono comincia ad ammettere di essere stato sopreso dalla «velocità e tempestività» della risposta bellica russa (5). Più precisamente, il Pentagono non ha visto il «build-up», l’ammassamento di truppe e mezzi  ai confini che segnalasse l’intenzione di contrattaccare in forze. Tra 10 e 25 mila uomini (la cifra superiore è la valutazione georgiana) e 500 carri russi armati sono comparsi di colpo ed hanno preso la via dell’avanzata, appoggiati dal cielo da SU-25, SU-24, SU-27 e da bombardieri TU-22. Con tanti saluti ai satelliti-spia americani che possono identificare un pallone da football in ogni parte del pianeta e, secondo la «revolution in military affairs», sostituiscono con l’alta tecnologia la vecchia «intelligence» affidata a spie sul terreno.
    Un bello smacco per la rinomata intelligence elettronica che gli israeliani si son fatti pagare da Saakashvili. Soprattutto, uno scacco per la convinzione strategica americana, che la guerra si possa vincere dal cielo, guardando giù coi satelliti e bombardando a distanza, senza stivali sul terreno. La convinzione che i computer e le comunicazioni sostituiscano inutile l’intelligenza tattica e la pura e semplice audacia. I russi hanno un’altra scuola, che viene da un’altra storia, da Stalingrado, dalla lezione appresa nel sangue dal nemico tedesco. La loro forza è proprio nella rapidità e nell’audacia tattica sul terreno.
    M’è capitato di apprezzarla personalmente - sia consentito un ricordo personale - in Kossovo. Mentre la NATO occupava la ragione secondo le (sue) regole americaniste ossia prevedibili, un corpo russo - qualche Omon, qualche paracadutista, alcuni mezzi corazzati portatruppe - s’impadronì dell’aeroporto di Pristina. I generali inglesi e americani erano verdi di bile, per atterrare e decollare dovevano chiedere il permesso ai russi.
    Mosca, specialmente allora, non poteva fare molto per la Serbia; ma con quell’azione avevano dato prova di una fantasia geniale, di una capacità di sfida quasi inaudita, che evidentemente veniva da una perfetta valutazione politico-militare della situazione e da un freddo calcolo del rischio. Tutto ciò che ho visto sempre mancare alla superpotenza USA.
    Me li ricordo ancora, quei soldati russi. Sedevano a cavalcioni sui loro carri armati coi loro copricapi da carristi della seconda guerra mondiale, fumavano papiroske e ci guardavano con sfida. Molto sicuri di sè.
     
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    1) John Helmer, «Russia bids to rid Georgia of its folly», Asia Times, 12 agosto 2008.
    2) «US sends more arms to Georgia - Israeli media», Russia Today, 11 agosto 2008. «The United States is sending  fresh supplies of weapons to Georgia  from its base in the Jordanian port of Aqabah. That’s according to the Israeli newspaper - Maariv».
    3) John Vandiver, «US troops still in Georgia», Star & Stripes, 12 agosto 2008. Anche 12 mila fra ebrei residenti ed israeliani sono bloccati in Georgia, e gridano perchè vogliono essere salvati; il governo di Olmert sta cercando di portarli via.
    4) «Media disinformation: BBC distorts the news from the Georgia region», GlobalResearch, 10 agosto 2008.
    5) «US military surprised by speed, timing of Russia military action», AFP, 11 agosto 2008. «… the official said there was no obvious buildup of Russian forces along the border that signaled an intention to invade. ‘Once it did happen they were able to get the forces quickly and it was just a matter of taking the roads in. So it’s not as though they were building up forces on the border, waiting’, the official said. ‘What are their future intentions, I don’t know. Obviously they could throw more troops at this if they wanted to’, he said».
     
     

     
     

    Ma l'importante sono le Olimpiadi

    Dal blog di Grillo:
     
    Gli orsi bianchi sono contaminati. Stanno diventando gialli. Le foche e i pinguini li avvistano da lontano e fuggono. Il giallo oro sulla neve bianca è meglio di un catarifrangente. Al Polo ci sono orsi sempre più magri che si lasciano trascinare su blocchi di ghiaccio dalla corrente. I ghiacciai si sciolgono, ma l’intero pianeta dedica le sue attenzioni alle Olimpiadi. La nostra civiltà e i ghiacciai rischiano di finire nello stesso momento.
    I ghiacciai del Tibet-Qinghai Plateau si stanno sciogliendo a un ritmo del 7% all’anno. Entro il 2060 potrebbero scomparire, ma già ora il flusso con cui alimentano il Fiume Giallo e lo Yangtze è diminuito insieme ai raccolti di riso e di grano.
    Il ghiacciaio Gangotri può scomparire entro vent’anni insieme al Gange che si trasformerebbe in un piccolo fiume stagionale.
    Il ghiaccio dell’Himalaya si trasforma in fiumi, i fiumi in cibo per l’India e la Cina, due nazioni sovrappopolate. Qualche miliardo di persone può morire di fame, ma a Pechino le nazioni del mondo pensano al tiro con l’arco e al nuoto sincronizzato.
    La razza umana è a suo modo simpatica, riesce a ballare anche sull’orlo di un vulcano durante un maremoto mentre un asteroide colpisce la Terra.
    Quando i ghiacci dell'Antartide si scioglieranno, e avverrà presto, forse in meno di dieci anni, il livello dei mari si alzerà di CINQUE metri. I ghiacci della Groenlandia si scioglieranno subito dopo e il livello dei mari si alzerà di altri SETTE metri.
    Qualunque essere umano che abiti in un posto inferiore ai DODICI metri sul mare dovrà traslocare. Uno studio dell’International Institute for Environment and Development ha stimato che il trasloco riguarderà 600 milioni di persone.
    Gli umani diventeranno gialli come gli orsi. Saranno trascinati negli oceani come gli orsi. Non su blocchi di ghiaccio. Che non ci sarà più. Ma su blocchi di merda.
     
     
     

    L'assicurazione a favore dei datori di lavoro

     
    Dal blog di Grillo:
     
    Nel libro "Morti Bianche" di Samanta Di Persio, acquistabile a prezzo libero sul blog, ho scritto nella prefazione che i morti sul lavoro di oggi sono ancora fortunati. I familiari, se va bene, qualcosa ottengono di risarcimento. Poco, quasi niente, ma qualcosa. Domani dovranno pagare loro il datore di lavoro. Se il parente si è schiantato su una betoniera, dovranno comprarne una nuova. Se è morto in in un incendio, i danni andranno risarciti. E così via. Per lavorare ci vorrà l'assicurazione obbligatoria a favore del datore di lavoro. Del Papa della Umbria Olii vuole 36 milioni di euro dalle famiglie delle vittime per i danni subiti dalla sua azienda nell'eplosione. Mi aspettavo una presa di posizione della Confindustria, un richiamo alla decenza da parte della Marcegagaglia, almeno per salvare le forme. Invece Confindustria esprime tutto il suo appoggio a Del Papa. Il motivo è chiaro, se ci riesce lui, lo possono fare anche tutti gli altri industriali. Cadavere sul lavoro non olet. Del Papa è un'apripista. Gli altri degli avvoltoi.

    Decisa presa di posizione da parte di Confindustria Perugia sul disastro alla Umbria Olii. L'associazione degli industriali è intervenuta sul caso Del Papa con uncomunicato stampa:
    "La Umbria Olii di Campello sul Clitunno rappresenta una realtà aziendale importante per il territorio di Spoleto, una realtà che fino al 2006 era leader in Europa per la raffinazione di olio di oliva per uso alimentare. Per questo motivo Confindustria Perugia fa appello al senso di responsabilità di tutti perché non sia vanificato lo sforzo in cui l'imprenditore è impegnato per riportare l'azienda ai vertici del suo settore. Le recenti critiche, provenienti da più parti, riguardo alla linea difensiva adottata dal presidente Giorgio del Papa confermano ed amplificano l'ingiusto processo mediatico che praticamente ha già condotto alla sua condanna senza appello. In questo clima, Confindustria Perugia - pur comprendendo profondamente il dolore e le ragioni dei familiari delle vittime del tragico incidente - vuole essere partecipe delle vicende e del futuro della Umbria Olii. Se Del Papa, nell'esercizio delle sue funzioni di Presidente, ha commesso errori o violazioni delle norme, queste responsabilità dovranno essere accertate esclusivamente dagli organi competenti nelle sedi deputate.
    Non è possibile condividere la posizione di chi sostiene che la scelta di Del Papa a difesa della sua azienda e la attività imprenditoriale stessa siano in contrasto con la cultura del popolo umbro. Del Papa, nonostante le mille difficoltà e nonostante potesse contare sull'ammissione alla Cassa integrazione, ha richiamato al lavoro tutte le maestranze che con grande impegno stanno condividendo gli sforzi dell'imprenditore. Proprio i dipendenti della Umbra Olii, in una lettera pubblica, hanno riconosciuto all'azienda un comportamento sempre corretto nei confronti dei lavoratori e del mercato, e un'attenzione particolare alla sicurezza del lavoro e alla difesa dell'ambiente per i quali sono stati fatti investimenti considerevoli. Ci sembra contraddittorio dichiarare la propria preoccupazione per le difficoltà economiche ed occupazionali dell'area di Foligno, Trevi, Spoleto e della Valnerina - come ha fatto di recente il Sindacato - e poi ostacolare in concreto il rilancio di una attività imprenditoriale che ha contribuito per lungo tempo allo sviluppo di quel comprensorio. Noi riteniamo che sia giunto il momento di dismettere gli atteggiamenti demagogici che hanno spesso caratterizzato le tante prese di posizione su questa dolorosa vicenda, nonché l'affannosa ricerca di un capro espiatorio, ferito da un evento così drammatico e luttuoso, che ha messo in grave pregiudizio la continuità aziendale.
    Questo clima non giova certo né alle vittime e ai loro parenti, né alla ricerca della verità. Con il pensiero sempre rivolto a chi non c'è più, il nostro auspicio è che la Comunità umbra si ritrovi unita in una azione concorde che da un lato miri a salvaguardare l'azienda ed il futuro dei suoi collaboratori, dall'altro solleciti che eventuali errori, da chiunque siano stati commessi, siano accertati, nei tempi più rapidi possibile e senza pregiudiziali, per evitare che possano ripetersi tragedie come quella accaduta a Campello".
     
     
     

    La Guerra Mondiale del Petrolio

     
    Dal blog di Grillo:
     
    La Georgia ha bombardato l’Ossezia del Sud. Un piccolo Stato, una media provincia italiana. La stima è di 1300 morti. Quasi tutti civili. La Russia ha quindi invaso l’Ossezia con i suoi carri armati e bombardato Tbilisi, la capitale della Georgia. Nel frattempo Putin e Bush si scambiano convenevoli alle Olimpiadi dell’Ipocrisia e l’Unione Europea tace. E’ un’altra guerra che si combatte per l’energia. Dal Kazakistan petrolio e gas potrebbero arrivare in Europa senza passare in territorio russo. La Georgia è armata da Israele e dagli Stati Uniti. Il suo presidente si fa riprendere tra la bandiera nazionale e quella dell’Unione Europea, di cui la Georgia vuol entrare a far parte.
    L’Ossezia è un episodio della guerra mondiale per il petrolio iniziata con la prima invasione dell’Iraq nel 1991. Saddam attaccò il Kuwait e Bush padre intervenne. Non per liberarlo, ma per impedire a Saddam di controllare i flussi di petrolio del Golfo Persico. Bush figlio terminò il lavoro con la panzana delle armi di sterminio di massa. Pensate che agli americani interessi il destino degli abitanti del Kuwait o dell’Iraq, quando gli Stati Uniti non hanno mosso un dito per i genocidi del Ruanda e del Darfur?
    La Cina compra petrolio dall’Iran, probabilmente lo arma. L'Iran vuole imporre il petrol-euro al posto del petrol-dollaro. Israele minaccia di bombardare l’Iran per la sua politica di sviluppo nucleare. La Cecenia è strategica per gli oleodotti russi. Questo è il motivo dei massacri ceceni e della guerra permanente. Il mondo è diviso in zone d’influenza del petrolio. Dove ci sono pozzi di petrolio c’è una guerra o un’occupazione militare (quasi sempre). Dove è strategico il passaggio di petrolio c’è un conflitto armato (quasi sempre). I G8+1 (la Cina) e -1 (l’Italia) si riuniscono periodicamente per concordare le zone di influenza energetica. Tra loro la guerra non può scoppiare. Fanno massacrare i loro sudditi in guerre minori. Avamposti mascherati che comprano (anche) le loro armi. Business doppio: armi e petrolio.
    Beati i popoli senza pozzi di petrolio perché erediteranno la pace.